Un concerto in forse fino all’ultimo quarto d’ora, a causa di un imprevisto ed improvviso temporale a conclusione di due giorni di allerta ed allagamenti, trasformato in un tutto esaurito con pieno successo. Succede anche questo a Chiavari in jazz e bisogna ringraziare organizzazione e service per la tenacia ed il pizzico di azzardo che ha permesso la riuscita della serata. Di scena per la quarta data del festival estivo era il progetto Out of gravity del compositore e tastierista pugliese Michele Papadia, alla testa di un quintetto completato dalla tromba di Fabrizio Bosso , dal sax diFrancesco Bearzatti , dalla batteria di Stefano Tamborrino ed il basso di Francesco Ponticelli. Un’operazione, rappresenttata nel disco pubblicato da A.MA records lo scorso aprile, con il medesimo organico incrementato dalla presenza di ospiti internazionali (il rapper Kokayi, il tastierista Deshawn ‘D’Vibes’ Alexander, la cantante Angela Esmeralda e l’esperto di conga e ngoni Kalifa Kone) , che intende condensare l’universo musicale black di Papadia, alimentato da jazz, funk, blues hip hop, gospel in una sintesi attuale e personale. La scelta estetica di Papadia, sodale di Gianluca Petrella in varie avventure discografiche, prevede infatti una formula particolare nell’approccio a canoni autorevolmente frequentati nel passato da musicisti come,ad esempio Herbie Hancock: una rinuncia ad enfatizzare la componente ritmica, condensando nel beat essenziale di basso, Rhodes e batteria la pulsazione, per lasciare ampio spazio agli sviluppi tematici ed al gioco dialogico dei due fiati, spesso intrecciati in dinamiche contrappuntistiche. Le tastiere, elettriche ed elettroniche, ed il pianoforte completano la front line con assoli costruiti in piena omogeneità con il contesto sonoro. Il risultato dal vivo perde l’anima nu jaxz del disco per la mancanza delle parti vocali , ma guadagna sotto il profilo dei contenuti e dell’Inter play, proponendo una musica intensa e definita con precise coordinate strutturali, ove l’improvvisazione ha uno spazio ma non eccessivo. Al punto che Bearzatti e Bosso risultano meno esplosivi che in altre circostanze, ciascuno con la propria voce ricca di profondità e variazioni, (il sound pieno ed elastico del sax, le frasi strappate, le accelerazioni , il morphing della tromba), ma attenti a rispettare un perimetro complessivo ben delineato. Il concerto ha ricalcato la scaletta del disco finendo in chiave acustica cona la ballad “Peace of mind ” ed il suggestivo gospel funk “In my soul”, prima del bis “Freedom to live” . Una bella serata black e non solo per le nuvole sopra il palco.

