Il Jazz di Ry Cooder

Nel 1978, il chitarrista e compositore Ry Cooder, universalmente celebre per l’operazione “Buena Vista Social Club” (1997), ma la cui opera, tuttora in itinere, richiederebbe un intero corso di laurea, aveva già consolidato un’ autorevole posizione nel panorama della musica tradizionale statunitense, esplorando, nei suoi primi cinque albums, fra i quali i celebri “Chicken skin music” e “Paradise and lunch” (Reprise) un’ampia gamma di sfumature comprese nell’immaginario perimetro che comprende rock & roll, blues, tex-mex, musica havaiana country, folk, R&B, gospel, e vaudeville.

Con la complicità di Joseph Byrd, originale figura di musicista, ricercatore ed accademico, fondatore della band “The United States of America“, in quell’anno Cooder decise di aggiungere alla gamma dei generi frequentati anche il jazz della tradizione, rivisitando undici frammenti di storia collocabili fra fine ottocento ed inizio novecento con il proprio stile eclettico e disincantato, incrociando la chitarra bottleneck con tube, tromboni, banjos e cornette, e sfornò “Jazz” una sorta di concept album dedicato alle forme tradizionali ed alle origini di questa musica.

Il disco, riscoperto in questi giorni in uno di quegli incontri su bancarella che illuminano la giornata, ha mantenuto intatta, dopo quasi cinquanta anni, la vitalità ed il divertimento che ricordavo all’ascolto della vecchia copia in vinile, e merita qualche riga per chi dovesse ancora fare il felice incontro.

Gli autori che Cooder mette al centro della propria ricostruzione storica sono sostanzialmente tre. Il pianista Jelly Roll Morton, del quale sono esplorate le connessioni con le radici “spagnole” , ispirate dal beat della habanera, nel medley “The Pearls/Tia Juana“, protagoniste le sole corde di Cooder e nella tradizionale “The dream” resa magnificamente da un quintetto che include il pianoforte di Earl Hines, la marimba di Tom Collier, la batteria di Mark Stevens.

Quindi il cornettista Bix Beiderbecke, del quale sono proposti tre brani interpretati immaginando il contesto salon- jazz che faceva da cornice alle esibizioni del musicista: la splendida “In a mist” in quintetto con il clarinetto basso di David Sherr , “Flashes” per sola chitarra, e la famosa “Davenport Blues” omaggio alla città natale di Bix, ancora in quintetto, sviluppata fra volute di vibrafono e fiati. Ed infine il chitarrista delle Bahamas Joseph Spence, all’epoca l’unico vivente degli autori omaggiati, autore di musica idealmente destinata alle funzioni religiose, qui riproposta con la verve e l’ironia di un gruppo di corde ed ottoni che catapulta direttamente sulle strade di New Orleans: “Face to face that i shall meet him” , “Happy Meeting in Glory” e “We shall be happy“.

A contornare queste perle d’autore, qualche blues tratto da contesti limitrofi al jazz, arricchito dall’intensa ed espressiva voce di Cooder – l’iniziale ironica “Big bad Bill is sweet William now“, un vero reperto storico come la “Shine” scritta intorno al 1910 e qui ricreata nello stile di una piccola band della cinquantaduesima strada, fra i dialoghi dei fiati e gli intrecci vocali di un quartetto doo wop, e lo spoken blues indolente di “Nobody” .

Se vi capiterà fra le mani, per caso o perchè lo avrete cercato, “Jazz” non vi abbandonerà senza avere lasciato un sorriso nell’ aria di casa .

p.s. nel caso, agevolo la ricerca…

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