Vance Thompson – “LOST AND FOUND” – Moondo Records – Supporti disponibili: CD/Digital Download
Perso e ritrovato. L’incredibile storia di Vance Thompson ci racconta di come la musica, il jazz in questo caso, possa elaborare personali vie per trovare ciò che si è perso. Per molti anni questo stimato trombettista 53enne del Tennessee, fondatore della Knoxville Jazz Orchestra, ha lottato contro la distonia focale, un raro disturbo neurologico che colpisce selettivamente i muscoli che compiono movimenti ripetitivi, nel suo caso compromettendo l’imboccatura e il controllo di muscoli necessari per suonare la tromba, costringendolo ad abbandonare definitivamente lo strumento nel 2022, dopo innumerevoli tentativi terapici.
Fine dei giochi e addio alla musica con rabbia e dolore? Manco per sogno. Se per decenni il band-leader Thompson era stato riconosciuto come trombettista di talento di area mainstream, ecco che esce dopo un lungo silenzio questo “Lost And Found” con la tromba che sparisce cedendo il posto al vibrafono, studiato con ferocia, umiltà e molta disciplina, portando questa nuova identità musicale all’interno di un quintetto acustico con ottimi musicisti di area, come il pianista Taber Gable, il chitarrista Steve Kovalcheck della Clayton-Hamilton Jazz Orchestra, il bassista Tommy Sauter e il batterista Marcus Finnie. L’ex-trombettista ha notato fin da subito che l’estensione del vibrafono (suonato con due sole bacchette e il pedale di risonanza) coincideva in modo quasi perfetto con l’estensione della tromba a cui era abituato, facilitando l’immediato trasferimento delle sue idee musicali. Stilisticamente siamo dalle parti di un Milton Jackson più che di un Bobby Hutcherson, il suono di Thompson non cerca la complessità geometrica dei vibrafonisti moderni, ma resta ben radicato nello swing classico, elegante e intriso di blues.

La scrittura si mantiene sofisticata, così come i cesellati arrangiamenti, sempre permeati dalla più squisita tradizione jazzistica moderna. Il viaggio tra le nove tracce del disco si apre con il solido mid-tempo blues di “Tell It Like It Is“, che mette in chiaro la fluidità del nuovo tocco di Thompson. Ma è nelle composizioni originali come “The Thread of All Sorrows” che il leader scava più a fondo, traducendo la sofferenza degli anni passati in una melodia densa e drammatica, splendidamente sostenuta dai ricami della chitarra di Kovalcheck, un cinquantenne di Nashville finora poco conosciuto in Europa. In questo percorso di rinascita spicca “My Three Suns“, un regalo straordinario firmato dal pianista Donald Brown, storico mentore di Thompson fin dai tempi dell’università. Brown è uno dei compositori più importanti degli anni 80/90, ha avuto un ruolo importante nei Jazz Messengers ed è stimatissimo tra i colleghi, il fatto che abbia voluto donare al suo ex allievo questo suo inedito funk-fusion, mai inciso prima d’ora, diventa un manifesto di affetto e continuità artistica. La traccia è terreno fertile per l’interplay di quintetto, dove il groove solido e lo swing trascinante celebrano una vera e propria festa di “bentornato”. La title-track è stata composta in due tempi, iniziata quando era ancora un trombettista e completata ed arrangiata parecchi anni dopo, al vibrafono. Parte con un’atmosfera incerta per evolvere in un solido e ottimista groove che celebra la fine di uno smarrimento, chiudendo simbolicamente il cerchio con una malattia con cui Vance dovrà comunque continuare a convivere.
L’elegante versione di “Over The Rainbow” sviluppa al meglio il potenziale poetico che conosciamo bene, senza indulgere troppo nello zuccherificio, mentre la dinamica “Bud Powell” di Corea, ne ricordiamo versioni con il vibrafono di Gary Burton, mostra l’eccellente livello tecnico raggiunto in breve dal Nostro al nuovo strumento. Perdersi, per ritrovarsi, sempre nel segno del jazz.
