Il 19 settembre Lol Coxill avrebbe compiuto 94 anni, per ricordarlo ho pubblicato su Facebook una sua bella foto, raccogliendo immediatamente l’interesse di Enzo Rocco, chitarrista e sodale del compianto musicista britannico. Dallo scambio di opinioni è emerso un dato oggettivo: oggi ben pochi tra i giovani (e non solo) appassionati di jazz ne conoscono la figura e l’opera, ne è scaturito l’impegno ad un articolo che, pur nei limiti dello spazio web, ne ricordasse la statura. Buona lettura.
C’è una foto che racconta Lol Coxhill meglio di qualsiasi biografia: lui, in piedi su un ponte di Londra, il soprano sax alle labbra, che suona per nessuno e per chiunque passasse di lì. Perché Coxhill, prima ancora di essere un musicista di culto del free jazz britannico, è stato questo: un uomo che ha portato l’improvvisazione più radicale fuori dai teatri e dentro la vita di tutti i giorni.
Nasce a Portsmouth nel 1932, ma cresce ad Aylesbury, dove a quindici anni si compra il suo primo sassofono. Prima di diventare musicista a tempo pieno fa il rilegatore di libri, un mestiere manuale, paziente, quasi all’opposto della libertà che poi cercherà nella musica. Passa gli anni Cinquanta suonando nelle basi militari americane in Inghilterra e accompagnando, di tanto in tanto, grandi nomi del blues e del jazz in tournée: gente come Mose Allison o Otis Spann. Ma è un’altra cosa a definirlo davvero: la scelta, piuttosto rara per un sassofonista, di suonare da solo. Senza banda, senza sezione ritmica, spesso senza nemmeno un palco vero. Semplicemente per strada, come un busker qualunque, con quella capacità di trasformare l’estemporaneo in qualcosa di memorabile.
Non ha mai voluto guidare un gruppo fisso. Niente trio, niente quartetto stabile: Coxhill preferiva muoversi come un collaboratore alla pari, saltando da un progetto all’altro, da un sodalizio all’altro, restando sempre riconoscibile in mezzo a contesti musicali lontanissimi tra loro. È così che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta finisce nell’orbita della Canterbury scene, prima con Carol Grimes e i Delivery, poi con i Kevin Ayers and the Whole World, la band che gli regala la sua stagione di maggiore visibilità, insieme a musicisti come David Bedford e a un giovanissimo Mike Oldfield.
Da lì in avanti la sua discografia si fa sterminata e imprevedibile, quasi impossibile da inquadrare in un genere. Dischi come Ear of the Beholder, del 1971, mettono insieme frammenti di music-hall, filastrocche infantili e free jazz in un mosaico caotico ma coerente. Welfare State, del 1975, diventa quasi un manifesto: musica d’avanguardia pensata non per gli addetti ai lavori ma per la gente comune, un gesto tanto politico quanto poetico. E poi ci sono i duetti, forse la forma che più gli somiglia: quello storico con il pianista Steve Beresford, quello con il chitarrista G. F. Fitzgerald, e negli anni più tardi quello con il chitarrista italiano Enzo Rocco, con cui incide dal vivo dialoghi sospesi tra Italia e Inghilterra, fatti di silenzi, contrasti timbrici e un’ironia sempre presente sotto la superficie.
Perché di ironia, in fondo, è fatta buona parte della sua arte. Coxhill non è mai stato un musicista “serio” nel senso più cupo del termine: c’è chi giura che sia stato lui l’uomo dietro Real Good for Free di Joni Mitchell, la canzone dedicata ai musicisti di strada, anche se nel testo il sassofono diventa un clarinetto. Ha suonato con il gruppo funk The Gass, con lo skatalista Rico Rodriguez, con il bluesman Alexis Korner, persino con una band punk. Ha recitato in televisione e al cinema, vestendo i panni di un prete in un film di Derek Jarman e comparendo in pellicole come Caravaggio e Orlando. Insomma, un uomo che si è mosso ovunque senza mai perdere la propria voce.
Ed è forse questo il cuore del suo profilo artistico: la capacità di tenere insieme il folk più semplice, quello dei villaggi di campagna, e il free jazz più cerebrale e sperimentale, senza che l’uno tradisse l’altro. Nella sua musica c’è sempre stato qualcosa di politico, ma mai di ideologico: una visione quasi utopica del mondo, condita da un umorismo e da un’innocenza che raramente si trovano in un ambiente, quello dell’improvvisazione radicale, spesso percepito come freddo o inaccessibile. Coxhill, morto a Londra nel 2012 a settantanove anni, ha dimostrato il contrario: che si può essere avanguardisti e restare, allo stesso tempo, profondamente umani.
© John Walmsley foto copertina
