A BERGAMO SI PREPARA LA PRIMAVERA

Bergamo, un radioso pomeriggio di ottobre. Siamo nell’elegante sala riunioni della Fondazione Donizetti per la presentazione della prima parte del programma di Bergamo Jazz 2027.

Che la manifestazione sia un appuntamento importante per la città lo testimonia il fatto che al tavolo dei relatori ci sono il Vice Sindaco e Assessore alla Cultura Gandi, il Presidente della Fondazione Donizetti Berta ed il suo Direttore Generale Boffelli. I saluti istituzionali sono tutt’altro che retorici e sottolineano che il legame della città con il Festival è fortissimo (siamo alla 48° edizione), che si tratta di evento di risonanza internazionale comparabile solo al Donizetti Opera Festival (abbonati e spettatori delle scorse edizioni appartengono a 18 nazionalità diverse, per tacere degli italiani di altre regioni) e che la manifestazione ormai raggiunge vari segmenti di pubblico, dagli appassionati hardcore (ci sono spettatori abbonati ininterrottamente dal 1970….) ai ragazzi delle scuole.

Dopodichè la parola passa a quelli che hanno avuto il difficile compito di metter insieme il “complesso puzzle artistico e soprattutto organizzativo” (parole testuali del Direttore Boffelli) che genera il programma di cui vedete la prima parte nella locandina in testa a questo articolo (en passant, bella grafica, molto evocativa): i dettagli del ‘dove’ e ‘quando’ potrete attingerli direttamente da lì. Va precisato che il cartellone sinora definito riguarda solo i concerti nelle due sedi principali del Teatro Donizetti e del Teatro Sociale. A gennaio verranno presentate ulteriori date su altri palchi tradizionalmente occupati da Bergamo Jazz, destinati a musiche che richiedono ambienti diversi e più raccolti rispetto ai due storici teatri cittadini: qualche voce già circola, ma bisogna aver pazienza sino alla chiusura definitiva delle scritture e la conciliazione delle tourneè internazionali, lavoro che spesso somiglia alla soluzione del Cubo di Rubik.  

A proposito del cubo, Roberto Valentino è l’eminenza grigia che nell’ombra molto traffica con il diabolico rompicapo: ad un suo click di mouse sul grande schermo della sala compare un interno – credo newyorkese – con al centro Joe Lovano, il direttore artistico di Bergamo Jazz. Il colpo d’occhio è notevole: l’interno ricorda molto l’Underground di Monk, celeberrima cover anni ’60: con l’eccezione del mitra, in una sorta di seminterrato c’è di tutto, da pile di scatole a custodie di strumenti, uno scaffale strapieno di dischi e cd su cui campeggia un vecchio trombone che deve aver conosciuto tempi migliori. Si comincia bene, un perfetto interior jazzistico.

Stimolato da Valentino, Lovano si produce in una illustrazione molto poco convenzionale del cartellone: in pratica, il nostro ha condiviso il palco con buona parte dei musicisti che vi appaiono. Quindi invece di una presentazione ufficiale ed un po’ compunta, inizia una vera scorribanda nelle memorie di una ricca vita musicale.

“Nulla linea sine musica”  🙂 è la nostra filosofia, ma trovare clips delle formazioni in cartellone a Bergamo non è facile. Ragion per cui accontentiamoci di qualche approssimazione. Questo è un Roberto Gatto ancora caldo, con il suo ottimo quartetto che ospita Pietro Tonolo al sax

“Roberto Gatto? A most swinging drummer”, ideale per ricordare Elvin Jones, esordisce Lovano. “A 22 anni ho suonato con Elvin a Cleveland nel 1975, e poi ancora nel 1987 in tourneè con i suoi Jazz Machines”. Joe ricorda che nel 2027 cade il centenario della nascita di Elvin, e Gatto di accinge ad onorarlo con l’impegnativa formula batteria /sax/basso (gli altri due saranno Doug Weiss e lo spagnolo Javier Vercher). A quanto sembra, il drum set sarà proprio uno strumento effettivamente suonato da Jones (Gatto è un accanito collezionista di batterie).

“Ralph Alessi è un grande narratore alla tromba”: manco a dirlo, Lovano ha registrato anche con lui e Ravi Coltrane insieme. Il pubblico di Bergamo ascolterà in anteprima un suo album di successiva uscita per ECM con tutto l’organico originale presente in studio: Florian Weber al piano, John Hebert al basso (!) e Jim Black alla batteria (!!).

Con Alessi siaamo più fortunati: qui abbiamo tre quarti della formazione bergamasca, con l’eccezione di Matt Mitchell al piano invece di Weber: un’eccezione non da poco…

Isaiah Collier manca ancora al carnet di ballo di Lovano, chiaramente per intuibili ragioni anagrafiche. Il giovane sassofonista sarà al Donizetti con un organico ancora da definire, ma considerata la sua energia ed il suo protagonismo travolgenti già sperimentati in recenti occasioni già tanto ci basta ad immaginare la serata.

Invece Ndudzo Makhathini già figura nell’annuario di Joe, che ricorda un tour con lui, Chucho Valdes e Melissa Aldana. Al Donizetti si presenterà con un trio tutto sudafricano a rinnovare una delle tradizioni jazzistiche più vicine alla sensibilità del pubblico italiano (si pensi a Dollar Brand, Louis Moholo, Johnny Dyani, Brotherhood of Breath).

Gonzalo Rubalcalba Lovano lo ha conosciuto a L’Avana nel 1986, in occasione di una tourneè con la Liberation Music Orchestra (decisamente altri tempi… ed alla Casa Bianca c’era ancora Ronald Reagan). L’allora giovane pianista già si stava facendo un nome, avviando una carriera che tra l’altro lo ha portato a registrare in duo con il nostro Joe. Nel 2025 Rubalcalba ha dedicato un album a Pino Daniele, riarrangiato da lui in chiave latina: il tutto dall’altra parte dell’Atlantico, quindi nessun sospetto di piacionerie d’occasione. A Bergamo sarà a confronto con una schiera di napoletani DOC, tra cui spiccano il sassofonista Daniele Sepe, veterano di tanti palchi alternativi, e la voce di Maria Pia De Vito, ex direttrice di Bergamo Jazz nel tribolato periodo della pandemia.

Non mi sembra un omaggio estemporaneo, né di maniera

Quando giunge a Joshua Redman, la narrazione di Lovano prende un accento ancor più personale. Sia lui che Redman jr. sono figli d’arte (anche se Joshua è cresciuto lontano dal padre Dewey sino all’età adulta). “Big T” Lovano, quello senior, aveva grande ammirazione per Dewey Redman, inesorabilmente trasmessa al Lovano Jr.: e questi sente parlare di Joshua dal padre Dewey, tanto che incuriosito lo va a conoscere quando Redman il giovane ancora studiava legge ad Harvard. Poi il Redman jr. vince il premio del Thelonious Monk Institute ed inesorabilmente i due figli d’arte finiscono per ritrovarsi in studio di registrazione per “Tenor Legacy”. A Bergamo Joshua Redman porterà il quartetto di cui già vi ho parlato, con il sorprendente Paul Cornish al piano, Nazir Ebo alla batteria e Philip Norris (!) al basso. Cosa penso di questa band lo sapete già, vi dico solo che vado ad ascoltarla per la terza volta: mi limito a farvi notare che in Italia solo  Festival della caratura di Bergamo Jazz (e sono meno delle dita di una mano…) possono permettersi una proposta di questo livello.

Se Lovano giganteggia virtualmente solo sullo schermo, l’imponente figura di Gianluigi Trovesi è in real life, in sala. Vinta qualche ritrosia, prende il microfono per dirci che anche lui e Gianni Coscia presenteranno al Teatro Sociale un album di prossima uscita: “Borsalino”, dedicato al celebre marchio di cappelli (Trovesi ne indossa uno a larga tesa mentre parla). Il disco comprenderà brani di altri, tutti in qualche modo legati ai famosi cappelli: una selezione molto varia di musiche a cavallo di diversi confini. Trovesi si congeda con bella ironia, promettendo di fare il possibile affinchè il duo arrivi a marzo prossimo (lui ha 86 anni e Coscia 96…) .

Ed a proposito di confini, Guano Padano festeggerà il suo ventennale: ‘Asso’ Stefana, storico chitarrista di Vinicio Capossela, e la solida coppia jazzistica Zeno de Rossi alla batteria e Danilo Gallo al basso ospiteranno il sax Chris Speed, ora orfano dei Bad Plus.

Altro ospite in presenza è Ferdinando Faraò, che ci annunzia che la sua Archtipel Orchestra sta ancora sudando sulle complesse partiture di Frank Zappa. L’impegno è notevole, al punto che Faraò rinunzierà al suo posto alla batteria per concentrarsi sulla guida della sperimentata Archtipel, che qui mi sembra giunta alla sua prova più ambiziosa: le composizioni di Zappa non saranno affrontate in chiave di mera esecuzione/interpretazione, ma di personale variazione. Molto intrigante.

E se queste tre giornate vi sembrano dense, aspettate la prossima puntata con gli appuntamenti sugli altri palchi (continua…. a gennaio 🙂 ). Milton56

Se caricassi un altro video del quartetto di Redman mi dareste senz’altro del fanatico ossessivo. Ed allora uniamo l’utile con il dilettevole: una clip che preannunzia il prossimo album del sassofonista. Come si può arguire dal ponte, si tratterà di un ricordo di Sonny Rollins: alla notizia della sua scomparsa, Joshua ha preso il telefono ed in due giorni ha reclutato una folla di musicisti di prima grandezza, cose che possono succedere solo a New York. Qui accanto a lui ci sono il raffinato Kevin Hays al piano, Marcus Gilmore alla batteria e Larry Grenadier al basso (!!); ma nell’album ci sarà tanta altra bella gente. Ah, messaggio per Zohran Mamdani: quello in copertina per noi è già il “Rollins Bridge”, urge l’ufficialità, contiamo su di lui

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