James “Blood” Ulmer
Chitarrista, compositore, poeta del blues
C’era una volta un ragazzo nato a St. Matthews, nella Carolina del Sud, che aveva imparato a suonare la chitarra guardando le mani di suo padre, ascoltando il vento caldo tra i campi, lasciando che il blues gli entrasse nelle ossa prima ancora che capisse cosa fosse il blues. Quel ragazzo si chiamava James “Blood” Ulmer, e la sua vita fu una lunga, impetuosa conversazione con la musica — una conversazione che non si concluse mai davvero in modo ordinato, perché lui non era un uomo ordinato.
Cresciuto tra le chiese gospel e i juke joint del Sud, Blood — come tutti lo chiamavano — portò con sé quella tensione tutta americana tra il sacro e il profano per tutta la vita. Si trasferì al Nord, girò le città, suonò nei club, finché non incrociò il suo destino nella figura di Ornette Coleman. Fu Coleman a rivelargli l’harmolodics, quella filosofia musicale radicale in cui melodia, armonia e ritmo vengono liberati dalla gerarchia e si muovono come voci uguali e libere. Ulmer non solo la capì: la incarnò nella sua chitarra con una ferocia e una tenerezza che pochi hanno mai eguagliato.

La sua chitarra era una cosa selvatica. Non era il blues di Muddy Waters, né il jazz di Wes Montgomery, né il rock di Hendrix — eppure era tutto questo insieme e niente di tutto questo. Era qualcosa di irriducibile, personale, scomodo nel modo più affascinante. Graffiava, urlava, poi improvvisamente si posava su una melodia dolce e spezzata, come un uccello ferito che riesce ancora a volare. Gli album come Are You Glad to Be in America? e Free Lancing non chiedevano il permesso di esistere: si imponevano, sconcertanti e magnifici.
Negli anni successivi, con i Phalanx, con il Music Revelation Ensemble, con i suoi progetti Blues Experience, Ulmer continuò a esplorare senza mai accontentarsi. Cantava con quella voce roca e sognante, a metà tra un predicatore e un vagabondo, come se ogni canzone fosse una piccola omelia su qualcosa che non si può spiegare fino in fondo.
Non fu mai una star nel senso commerciale del termine. Fu qualcosa di più raro e duraturo: un artista vero, uno di quelli che ridisegnano silenziosamente i confini di ciò che è possibile. I musicisti lo sapevano. Lo cercavano, lo ascoltavano, lo imitavano senza riuscirci del tutto — perché quella cosa che lui aveva, quella cicatrice sonora, era sua e soltanto sua.
James Blood Ulmer se n’è andato lasciando dietro di sé una musica che non si lascia archiviare facilmente. Continuerà a disturbare, a commuovere, a non stare ferma. Come lui avrebbe voluto.
Che la terra ti sia lieve, Blood.
