(Buio. Un faro illumina il pianoforte. Abdullah entra lentamente, come se ascoltasse un ritmo che solo lui sente. Si siede. Le mani sfiorano i tasti, ma non suonano.)
Ci sono vite che sembrano una linea retta.
La mia no.
La mia è un cerchio.
O forse una spirale.
Ogni volta che penso di essere arrivato, ritorno al punto da cui sono partito.
Sono nato a Città del Capo, nel 1934.
Una casa piccola, piena di voci, di odori, di preghiere.
Mia nonna suonava l’organo in chiesa.
Io la guardavo, e pensavo che quelle mani fossero capaci di parlare con Dio.
Lei diceva:
“Adolph, ascolta il silenzio. È lì che comincia la musica.”
Aveva ragione.
Ancora oggi, quando suono, cerco quel silenzio.
Abdullah Ibrahim – piano
Cleave Guyton – alto sax, flute
Keith Loftis – tenor sax
Andrae Murchinson – trombone
Toni Kofi – baritone sax
Belden Bullock – bass
George Gray – drums
46 Heineken JazzAldia
Festival de Jazz de San Sebastián, 22 Julio 2011, Plaza de la Trinidad, Donosti, Spain
Da ragazzo mi chiamavano Dollar.
Forse perché ero sempre in cerca di qualcosa.
Forse perché volevo comprare il mondo intero con un accordo.
Suonavo ovunque:
matrimoni, funerali, bar, chiese, locali clandestini.
Il pianoforte era la mia casa, anche quando non avevo una casa.
Ricordo una notte in un locale di District Six.
Un uomo ubriaco mi urlò:
“Ehi, Dollar, suona qualcosa che ci faccia dimenticare dove siamo!”
Io suonai.
E per un attimo, tutti dimenticammo davvero.
Poi arrivarono loro.
Kippie Moeketsi, genio fragile.
Hugh Masekela, fuoco puro.
Jonas Gwangwa, un fiume in piena.
Insieme diventammo i Jazz Epistles.
Eravamo giovani, arroganti, invincibili.
Suonavamo come se il mondo dovesse cambiare domani.
Una sera, dopo un concerto, Kippie mi disse:
“Dollar, noi non stiamo suonando jazz.
Stiamo suonando la nostra libertà.”
Aveva ragione.
E forse è per questo che ci hanno fatto tacere.
(Luci rosse. Rumori lontani di sirene.)
L’apartheid non ascolta la musica.
L’apartheid ascolta solo se stesso.
I club venivano chiusi.
Gli amici sparivano.
La notte diventava un animale che ti seguiva ovunque.
Così sono partito.
Zurigo.
Una notte qualunque.
Io che suono in un locale pieno di fumo.
E poi…
una figura enorme, elegante, silenziosa.
Duke Ellington.
Mi ascolta.
Non dice nulla.
Poi si avvicina e sussurra:
“Vieni con me.”
New York.
La città che non dorme.
Io che cerco il mio posto tra mille suoni.
Jazz, free jazz, spirituals, rumori di strada.
E ogni volta che tocco il pianoforte, sento il mio paese chiamarmi.
Come un tamburo lontano.
In America ho incontrato Sathima Bea Benjamin.
La sua voce era una carezza e una ferita.
Cantava come se ogni nota fosse un ricordo.
Ci siamo amati.
Ci siamo salvati.
Ci siamo persi e ritrovati mille volte.
Una notte, dopo un concerto, mi disse:
“Dollar, tu suoni come se stessi cercando casa.”
Io risposi:
“Forse è vero.”
Lei sorrise:
“Allora continua a cercare.”
Negli anni ’60 ho trovato un’altra strada.
O forse è stata lei a trovare me.
L’Islam.
La quiete.
Il silenzio che non è vuoto, ma ascolto.
E così Dollar Brand è diventato Abdullah Ibrahim.
Non ho perso nulla.
Ho solo aperto una porta.
Poi, un giorno, ho registrato un brano.
Un brano semplice, ostinato, come una marcia che non vuole fermarsi.
“Mannenberg”.
Mannenberg Is Where It Happening è un album jazz registrato nel 1974 a Città del Capo, Sudafrica. È considerato uno degli album più influenti nella storia del jazz sudafricano, poiché cattura lo spirito del movimento anti-apartheid e della lotta per la libertà. L’album vede la partecipazione di Dollar Brand, noto anche come Abdullah Ibrahim, al pianoforte, Basil Coetzee al sassofono tenore, Robbie Jansen al sassofono alto, Monty Weber alla batteria e Paul Michaels al basso. La traccia che dà il titolo al titolo, Mannenberg Is Where It’s Happening, è un’improvvisazione di 13 minuti basata su una semplice progressione di quattro accordi. Divenne un inno per la maggioranza nera oppressa e un simbolo di resistenza e speranza.
Non sapevo che sarebbe diventato un inno.
Non sapevo che la gente lo avrebbe suonato per strada, nelle proteste, nelle case dove si sognava la libertà.
Una donna mi disse:
“Quando ascolto Mannenberg, sento che mio figlio non è morto invano.”
Io non sapevo cosa rispondere.
A volte la musica consola.
A volte ferisce.
A volte fa entrambe le cose.
E quando il mio paese è tornato a respirare, sono tornato anch’io.
Ho suonato per Nelson Mandela.
Lui mi ha detto che la mia musica lo aveva accompagnato in prigione.
Io ho abbassato lo sguardo.
Cosa puoi rispondere a un uomo che ha trasformato la sofferenza in luce?
Ricordo il mio primo concerto a Cape Town dopo l’esilio.
Il pubblico era in piedi.
Io tremavo.
Non per paura.
Per gratitudine.
Perché il cerchio si stava chiudendo.
Ora…
ora sono un vecchio musicista.
Le mie mani non corrono più come una volta.
Ma ogni nota pesa di più.
Ogni silenzio è più profondo.
Ogni concerto è un cerchio che si chiude.
(Torna al pianoforte. Suona un accordo solo, lungo, sospeso.)
Io sono Abdullah Ibrahim.
E tutto ciò che sono…
è qui dentro.
In questo legno, in questi tasti, in questo respiro.
(Buio.)
Abdullah Ibrahim (nato Adolph Johannes Brand (9 ottobre 1934 – 15 giugno 2026)
