L’ULTIMO ASCOLTATORE

La lettura del pezzo su ‘Il mio nuovo negozio di dischi’ con i suoi accenti sommessamente apocalittici mi ha ispirato ribaldamente la copertina di cui sopra, speriamo che l’amico Andbar la prenda con filosofia.

Ma oltre alle boutades, l’articolo mi smuove parecchie riflessioni e – perché no? -anche qualche emozione.

In primo luogo, tutta la mia invidia per la realtà genovese: quel simpatico chiosco – autentica isola di resistenza umana, come avrebbe detto il compianto ‘Cuore’ – è un indice di civiltà e di socialità notevole. Nella Milano imbruttita dei grattecieli in cortile non durerebbe neanche un paio di giorni, vittima del teppismo da strada che sostituisce la consapevolezza sociale e politica e peggio di burocrazie bizantine e cavillose.

Con le immagini anticipiamo di qualche paragrafo il passaggio del discorso in cui si parla dell’oggettiva opera di salvataggio operata oggettivamente e forse inconsapevolmente dal mondo dello streaming. L’originale di questo trascinante ‘Half and half’ da ‘Illumination’ di Elvin Jones con un poco di fortuna lo trovereste usato solo in Giappone. Godetevelo, anche se nella qualità molto andante offerta da YouTube (Spotify è tutt’altro discorso, bisogna ammetterlo)

Ma mettiamo mano ai pensierini. Nessuna musica è insensibile alle tecnologie attraverso cui si diffonde. Nel caso del jazz, poi, il rapporto è addirittura simbiotico, non a caso esce dalla leggenda per entrare nella storia con i rulli di pianola del ragtime e con l’ormai mitico disco di Nick La Rocca e della Original Dixieland  Jass Band (eh, la solita faccia tosta dei paisà, che osarono là dove aveva passato la mano un esitante e diffidente King Oliver…).

Ma qui saltiamo a piè pari tutti le gigantesche implicazioni tra tecnologia di registrazione e creazione musicale e approdiamo direttamente sull’altra riva del fiume, quella dell’ascolto. Evitiamo anche qui tanti passaggi tecnologici pure importanti ed incidenti (en passant, sottoscrivo sino all’ultima virgola le considerazioni di Andbar in merito alla moda del vinile, ma preferisco tacere a riguardo per non impelagarmi in diatribe  che porterebbero lontano dal noccicolo del problema), e diamo per scontata l’assoluta prevalenza dello streaming come modalità dominante di fruizione musicale, quantomeno per le generazioni maturate dagli anni Dieci del 21 secolo in poi.

Un altro piccolo tesoro preservato dalle piattaforme: Prince Lasha e Sonny Simmons, il ‘lato gentile’ del free jazz. Scorrete i crediti per vedere in quale compagnia si trovano….

Una premessa indispensabile: chi vi scrive non è un luddista dedito al sabotaggio ed alla guerriglia contro le magnifiche sorti e progressive dell’Era Digitale. Sono abbonato a Spotify dal 2014, qualche settimana fa il Grande Fratello svedese mi ha affettuosamente ricordato che ho ascoltato più di 26.000 brani, che ho una libreria di ‘Preferiti’ che comprende più di 8.000 brani (vani tutti i pressanti tentativi di farmela snellire 🙂 ). In compenso, non ho mai ascoltato una loro playlist, né men che meno quelle goffe compilation da loro assemblate, ma solo autentici album come tali licenziati da musicisti ed etichette a suo tempo. Mi definisco un ‘utente critico’ del servizio, che ne coglie le opportunità, avendo però ben chiari tutti i suoi difetti ed insidie. Quindi le riflessioni che seguono vengono dall’interno dell’esperienza streaming, e per di più da una lunga pratica di essa.

Prima di tutto, lo streaming porta ad un ascolto passivo, in cui spesso e volentieri si subiscono le scelte della piattaforma: già questa è una modalità che entra in rotta di collisione con l’universo jazzistico, che esige invece una participazione attiva dell’ascoltatore e sue scelte consapevoli e selettive.

Altro piccolo tesoro salvato dal diluvio. Tempo fa si parlava di ‘desaparecidos’ nostrani: più desaperecido di Sergio Fanni non si può…..

E dove queste mancano e ci si lascia trascinare dagli automatismi degli algoritmi di selezione, la piattaforma ci sommerge con un flusso musicale indistinto, confuso ed anonimo. Anche a me talvolta capita quando a fine di un album l’algoritmo comincia a programmare brani da lui selezionati (a mio parere con criterio non molto brillante, nè originale): la mia reazione tipica è di irritazione per il fatto di non fare in tempo ad individuare l’autore e soprattutto i sidemen che lo accompagnano. Che questo sia un problema sentito dagli ‘utenti forti’ come me è dimostrato dal fatto che ad oltre 10 anni dalla sua nascita solo ora Spotify stia tentando di inserire i crediti relativi a formazioni e produzione dei brani e degli album, tentando anche di creare link incrociati che consentano di seguire in qualche modo l’intreccio dei percorsi artistici dei vari partecipanti alla registrazione. Verrebbe da dire ‘meglio tardi che mai’, ma considerata la gigantesca ampiezza del database nel frattempo costruito ed il gran numero di etichette e titolari di diritti che lo hanno fornito (molti dei quali serenamente trapassati) l’operazione assomiglia un poco alla ricostruzione di un aereo già in volo. Consiglio comunque ai neofiti dell’ascolto jazzistico di consultare la sezione ‘Song DNA’ in coda ad ogni brano, cliccando sul tasto ‘Esplora’. Utile anche la lettura delle ‘Informazioni sull’Artista’, prese a prestito di peso dalla ottima All Music.com, che non viene nemmeno citata: lo stile non è il forte dei grandi conglomerati hi-tech, si sa.

Terza criticità, forse la più delicata e grave: la musica in streaming non ci appartiene, ci viene semplicemente messa a disposizione a richiesta dalla piattaforma. Qualche Millennial tecnofilo o qualche Gen Z geneticamente assuefatto alla precarietà e labilità del nostro oggi potrebbe anche replicare con un ‘Embè?’ ed un’alzata di spalle. Mi limito a fargli notare che nella mia babelica libreria non si contano i buchi ingrigiti di album non più disponibili ed addirittura di singoli brani misteriosamente scomparsi. Si fa presto ad immaginare che dietro queste sparizioni ci siano problemi di diritti emersi a distanza di anni da disinvolti acquisti massivi di files un tanto al gigabyte. La disponibilità piena, immediata ed incondizionata a semplice richiesta è quindi un mito che va demolito senza tanti complimenti.

I ‘desaparecidos’ non sono una specialità solo italiana: certo che sparire nella Parigi degli anni ’60 come ha fatto l’ottimo Nathan Davis era tutt’altra cosa…..

Da qui scaturisce un semplice, ma inquietante corollario: riuscite ad immaginare l’incontenibile entusiasmo di un Goebbels, di uno Zdanov o di un MinCulPop seduti davanti alla consolle di comando di queste piattaforme? Premendo un bottone si controlla tutto senza doversi trascinare dietro macchinosi e spesso infidi apparati di sorveglianza dediti alla caccia alla Entartete Kunst… Prospettive distopiche, dirà qualcuno, che peraltro invito a guardarsi un poco intorno, senza bisogno di spingersi oltre la Grande Muraglia Cinese : basta ed avanza quel che succede nelle biblioteche di scuole ed università americane già da qualche anno a questa parte. Senza contare che non c’è nemmeno bisogno che le censure calino dall’alto dal Potere di turno, spesso sono spontaneamente attuate d’iniziativa da quei ‘Guardiani dell’Accesso’ (sia lode al preveggente Jeremy Rifkin che quasi trent’anni fa li aveva già preconizzati) che sono i grandi feudi high tech, sempre smaniosi di compiacere il potente di turno per poi più agevolmente manipolarlo: le vicende americane degli ultimi due anni sono quantomai istruttive a riguardo. Ricordarsi sempre che il jazz è – volente o nolente, consapevole o meno – una forma d’arte dissenziente e di opposizione, anche solo estetica (che è quella che più indispone i vari totalitarismi).

Un libro profetico. Ho scelto la copertina dell’edizione inglese, perché in quella italiana non compare il significativo sottotitolo. Un caso? 😉

“Ma lo streaming è così comodo…”. Picconiamo anche quest’altro mito. E’ di qualche mese fa la notizia che una piattaforma di streaming è incappata in ricorrenti problemi alla sua rete di server: la quale rete ha puramente e semplicemente ‘saltato’ la riproduzione di files non raggiungibili o danneggiati, mutilando gli album che li comprendevano. Nota bene: stiamo parlando di un provider che ama esibire una sbandierata ‘eticità’ (bella favoletta, questa dell’Etica come posizionamento competitivo sul Mercato..). Risultato finale: gli amati musicisti arbitrariamente manipolati ed i coccolati utenti disinvoltamente defraudati di un contenuto autentico e completo.

Spesso mi trovo a ripetere che il jazz è la sua storia, la cui conoscenza è imprescindibile per comprenderlo ed amarlo seriamente. Beh, nella Discoteca di Babele dello streaming questa prospettiva è completamente soppressa in un unico, planetario Presente Assoluto che tutto schiaccia e confonde. Se se ne vuole cavare qualcosa di costruttivo, profittando nel contempo dell’immenso patrimonio culturale lì accatastato in gran disordine (almeno questo merito del salvataggio va riconosciuto ai colossi dello streaming e soprattutto a Spotify), bisogna entrarci con le idee ben chiare su quello che si cerca, formandosele su supporti informativi esterni che consentano di tracciare un proprio percorso consapevole e ragionato. E’ pur vero che sotto questo profilo la mia generazione è stata più fortunata, avevamo le bancarelle dell’usato ed i remainders dove per qualche nichelino si trovavano libri fondamentali, ma anche oggi qualcosa si muove, sia pure a prezzi ben  più consistenti (ne parleremo a breve). Volendo risparmiare c’è sempre la citata All Music.com, grande risorsa.

Se si rinunzia a questa attitudine ragionata e selettiva è dietro l’angolo la bulimia dell’ascolto indiscriminato e massivo, sedotto dalla apparente inesauribilità dell’offerta: una bulimia che rischia concretamente di ottundere la nostra sensibilità e e di annegare in una melassa sempre più indistinta e uniforme anche cose che meriterebbero un ascolto più attento e dedicato. Intendiamoci: questa sindrome del bambino goloso rinchiuso in pasticceria contagia sempre più anche navigati appassionati della mia generazione, che qualche strumento critico se lo portano appresso da anni lontani, figuriamoci che danni può fare a leve di ascoltatori più naif e meno attrezzati.

Anche questa irripetibile coppia Jackie McLean e Tina Brooks ve la dovreste cercare in Giappone, dove ve la quotano in franchi svizzeri…..

Che sia sempre più diffuso un ascolto frammentario e distratto, io lo definirei ‘con un’orecchia sola’, deve esser cosa già notata anche sul versante della produzione e della creazione artistica: sintomatico il crescente dilagare di una quantità di brani ‘singoli’ (non di rado destinati a rimanere tali) che contribuiscono ancora di più alla frammentarietà delle piattaforme. Spesso questi ‘singoli’ tendono a sedurre l’ascoltatore con manierismi superficiali e destinati a sfumare dopo il primo ascolto. Sembra di assistere al ritorno dei 45 giri, se non dei 78…. Un’altra futile moda retrograda e reazionaria di cui non si sentiva alcun bisogno.   

Ma ritorniamo alle malinconie dell’amico Andbar, da cui mi distingue un maggior ottimismo: ottimismo della volontà, si intende. Innanzitutto le ultime statistiche sull’andamento del mercato discografico internazionale segnalano una silenziosa, ma costante rimonta delle vendite dei supporti fisici, non solo LP, ma anche CD. Già, ma dove cercarli, osserverà qualche mio concittadino di una Milano dove sostanzialmente sono spariti i negozi di dischi?

Quando giro in provincia inseguendo musica noto invece che in piccole e medie città (specie se sedi universitarie) alcuni negozi resistono ancora, ovviamente con orientamenti e specializzazioni selettive. E soprattutto mi imbatto in  botteghine e soprattutto bancarelle dell’usato, tutti alquanto frequentati: bella forza, con 4 o 5 euro a CD ti puoi portare a casa perle che ai miei tempi costavano a dir poco cinque o sei volte tanto, e costavano la rinunzia a pizze, cinema etc. Tutta la mia invidia per chi oggi si può formare una piccola discoteca essenziale con una manciata di soldini. E questi siti sono talmente forniti che persino io riesco a mettere a segno dei bei colpi, meravigliandomi per le rarità in cui mi imbatto. E diciamo grazie al bistrattato, ma tetragono ed inalterabile CD che continua a far circolare per il mondo, di mano in mano e di generazione in generazione album di cui si era quasi perso il ricordo. Ed in questi luoghi si imbastiscono tanti scambi di battute e di opinioni tra cercatori vecchi e nuovi, momenti di socialità e di scambio che nessuna piattaforma potrà mai emulare (anche perché induce ascolto solitario e spesso autistico).

Quando vedo queste piccole comunità dedite alla ricerca ed alla conservazione di musiche che si vorrebbero destinare al macero della raccolta indifferenziata, non riesco a non pensare al finale di ‘Farenheit 451’, lo splendido, poetico film che un Francois Truffaut ancor più ispirato del solito trasse dal romanzo di Ray Bradbury.  Dopo gli ‘uomini – libro’ è il momento degli ‘uomini – disco’? E perché no? 😉  Milton56

Eccolo qui l’intenso, poetico finale di Truffaut. In un mondo in cui i pompieri lavorano con il lanciafiamme per incenerire i libri (e talvolta anche i loro eversivi proprietari che si ostinato ad eludere il divieto  di possederli). Un pompiere pentito e dissenziente diserta e si rifugia nei boschi, dove si imbatte in comunità dove ciascuno manda a memoria un libro per trasmetterlo poi a posteri meno asserviti e manipolati. Clips in versione inglese, le uniche ancora liberamente condivisibili, al contrario di quelle italiane: il solito feudalesimo del copyright. Come al solito, affrettatevi a vederle, ‘del doman non c’è certezza’.

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