Ci sono dischi che, per motivi del tutto casuali, si inseriscono nella memoria degli ascoltatori e vi risiedono imperturbabili alle mode, indifferenti al riscontro di pubblico ed ai giudizi dei critici. Stanno lì, ed ogni tanto riemergono dagli scaffali fisici e mentali, evocati da richiami più o meno consapevoli, richiedendo un pò di spazio nelle nostre giornate per poi ritornare nel loro letargo decennale.
“Shamal” dei Gong, annata 1975, è per me uno di quei dischi e, nonostante sia considerato all’unanimità un lavoro di transizione fra il primo periodo della band austro anglo francese, dominata dalla vena dadaista con annessi formaggi elettrici e teiere volanti dei fondatori Daevid Allen e Gilly Smith, ed il successivo, più asettico corso jazz rock, conserva, alle mie orecchie, un fascino del tutto speciale.
Così mi è arrivata di recente una di quelle “chiamate”, non saprei dire da cosa evocate, e mi è capitato di rituffarmi in quel vortice di flauti, sassofoni, marimbe, xilofoni, percussioni assortite e bassi poderosi che, come il vento del Golfo Persico da cui prende il nome, spazzava via con dolce risolutezza il passato della band.
Con la defezione della Smith e di Allen , avvenuta nello stile mistico psichedelico del fondatore, ” a causa di un muro metafisico che gli impediva di salire sul palco”, la leadership della sigla Gong, era infatti in quell’epoca nelle mani del batterista Pierre Moerlen, già presente nella formazione che aveva inciso “You“, il terzo capitolo della celebre trilogia “Radio Gnome invisible”, così come il sassofonista Didier Malherbe, il bassista Mike Howlett e la percussionista Mireille Bauer. Più defilati altri due capisaldi della sigla Gong, il chitarrista Steve Hillage e la vocalist Miquette Giraudy che compaiono in alcuni brani come ospiti, ma che presto avrebbero lasciato la compagnia. La regia del suono era affidata al batterista dei Pink Floyd Nick Mason in grado di trovare la cornice ideale per un puzzle composto da tessere etniche, jazz, prog, distante anni luce dai fischi cosmici e dalle vocine del “vecchi” Gong.
Una delle caratteristiche che mi ha sempre conquistato di “Shamal” è il suo carattere multiforme, il saper cambiare strada all’improvviso, scegliendo traiettorie del tutto imprevedibili fino a pochi istanti prima: un’arte della svolta che sa farsi veicolo di emozioni.
E’ così fin dal primo brano “Wingful of eyes“, con il suo basso ipnotico ed il flauto che introducono in un mondo esotico, da cui ci estrae subito dopo una quieta parte cantata , che nella parte centrale assume toni melodici west coast per affidare la conclusione ad una coda strumentale dai sapori etnici (wolrd all’epoca aveva solo il suo sognificato letterale) .
“Chandra” accellera il ritmo con incalzanti cadenze funk che ritroveremo in altri episodi, ed affida al sax il motivo iniziale per poi addentrarsi in un labirintico intreccio fra i synths ed il glokenspiel, echi dei Soft Machine ed il violino nelle mani di Jorge Pinchevsky, fino ad una vorticosa parte vocale che avvolge il finale.
Con “Bombooji” ed i suoi flauti, l’apparenza è quella di un brano tradizionale ispirato a motivi orientali, ma le chitarre di Hillage sono in agguato per riportare il brano su binari vicino al rock, salvo poi arrendersi al flauto ed percussioni che danno vita ad un estatico dialogo kabuki.
Groove jazz rock incalzante è quello di “Cat in Clark’s shoes” , uno dei brani manifesto del trasformismo sonoro del disco: si parte spediti con i fiati a rincorrere la sezione ritmica su un sentiero strettissimo, al termine del quale tempo e temi si dilatano, assumendo prima le sembianze di un trascinato blues, quindi di una scatenata giga irlandese, ed infine di un valzerino d’antan, a siglare un patchwork sulla carta improponibile.
Un tema iniziale ammaliante costruito sul duetto fra flauto e glokenspiel, ed un seguito sostenuto ritmicamente con il solo del sax che spazia sul tappeto di percussioni fino a sciogliere la tensioni in un finale in fading sono il menu di “Mandrake“
La title track che chiude Shamal ha i toni di una jam session libera e felice: basso funk in prima linea e via per nove minuti di dialogo irto di corse e frenate fra tastiere, sax, percussioni e violino con un refrain cantato lasciato in sottofondo.
Era il 1975 e si poteva chiudere anche così un disco che, forse per i motivi oscuri di cui sopra, divenne uno dei più venduti della carriera dei Gong, e rimane tutt’oggi un compagno unico, strano ma affascinante, cui affidare senza pentirsene quaranta minuti del proprio tempo.
