C’è qualcosa di quasi provocatorio nel modo in cui Wadada Leo Smith, a 84 anni, continua a rimettere in discussione la propria musica invece di consolidarla. Constellations and Hemispheres, il nuovo album uscito ieri, è la prova più recente di questa inquietudine creativa: un disco costruito non come sessione unica ma come mosaico, assemblato in studio a partire da registrazioni realizzate tra il 2017 e il 2022 al Firehouse 12 con quattro formazioni diverse, un trio con la pianista Sylvie Courvoisier e il batterista Marcus Gilmore; un quintetto con il vibrafonista Bobby Naughton, i bassisti Bill Laswell e Melvin Gibbs e il batterista Pheeroan akLaff; un sestetto con il chitarrista Lamar Smith e i percussionisti Brian Jarawa Gray e Mauro Refosco; e infine un ottetto che riunisce quasi tutti questi musicisti insieme.

Il filo conduttore, dichiarato dallo stesso Smith, è la luce: il suo muoversi nell’universo, il suo insinuarsi “attraverso, intorno o sotto” qualunque cosa incontri, e per estensione la sua funzione di rivelatrice, di ciò che espone verità nascoste. È un tema cosmico che si traduce, brano per brano, in paesaggi sonori profondamente diversi tra loro, tenuti insieme dalla tromba di Smith come costante gravitazionale.
L’apertura, “Dark Energy”, parte da un ronzio quasi meccanico su cui la tromba, sordinata, si muove sommessa e malinconica, mentre il pianoforte di Courvoisier cerca varchi radi e la batteria di Gilmore costruisce onde di intensità crescente. È un brano che respira lentamente, lasciando che la tensione si accumuli invece di esplodere.

Il centro del disco è occupato dalla suite di 22 minuti “Dark Matter, Particles of Light, Mirror of the Unseen”, che attraversa tutte le formazioni, dal trio all’ottetto e ritorno: è qui che il montaggio in studio di Smith si fa più evidente e più audace, un collage che ricontestualizza materiale eterogeneo in un unico arco narrativo, e che di fatto rende l’album un ideale seguito del suo precedente lavoro digitale Fire Illuminations (2023).
Diverso il clima di “Deep Canyons on Mars”, dove basso e chitarra elettrici si allungano in note che rombano quasi rock, sostenute da un’elettronica sfrigolante, mentre il vibrafono di Naughton disegna linee tintinnanti e spaziali sopra frasi brevi e sordinate della tromba , quasi una rock band immaginata su un pianeta deserto. L’album si chiude in territorio più intimo con “Meditation on Love”, dove il vibrafono porta la melodia e Smith scende dal registro acuto a un timbro caldo e malinconico, senza mai spingere, lasciando che la batteria resti sommessa sullo sfondo.
Quello che colpisce di Constellations and Hemispheres non è tanto la novità del linguaggio, Smith lavora da decenni nel territorio della “creative music” che lui stesso ha teorizzato, quanto la sua capacità, a questo punto della carriera, di continuare a trattare lo studio di registrazione come strumento compositivo a pieno titolo, ricomponendo materiali di anni diversi in un’opera che suona coerente e, soprattutto, viva. Non è un disco per chi cerca immediatezza: è un lavoro che chiede tempo, ascolti ripetuti, la disponibilità a lasciarsi guidare da una tromba che, come sempre in Smith, dice tanto anche, anzi soprattutto, nei silenzi.

È una musica di straordinaria bellezza, che ha già ricevuto ottime recensioni. Su Paris-Move, Thierry de Clemensat le conferisce il massimo riconoscimento del sito (“Indispensabile”) e ne parla in modo approfondito. Scrive: “Wadada Leo Smith ha raggiunto un punto della sua carriera in cui la distinzione tra compositore, improvvisatore, filosofo e ascoltatore diventa sempre più difficile da mantenere. Tutti e quattro i ruoli sembrano coesistere nella sua opera. Egli ascolta per comporre, compone per interrogarsi, improvvisa per scoprire e continua a scoprire perché le domande non hanno mai fine. È anche per questo che la sua musica può apparire così personale a chi la ascolta con attenzione. All’ascoltatore non viene semplicemente mostrato ciò che Smith ha scoperto; siamo invitati a partecipare alla scoperta. Constellations and Hemispheres non mira tanto a fornirci conclusioni, quanto a creare le condizioni affinché possiamo giungere alle nostre. È una qualità che apprezzo profondamente nella musica, soprattutto in un momento in cui gran parte della cultura è concepita per dirci immediatamente cosa significhi qualcosa e come dovremmo sentirci al riguardo”.
Un disco importante, e un’ennesima dimostrazione che la curiosità artistica di Wadada Leo Smith non accenna a spegnersi.
Tracks:
Dark Energy; Lake Tanganyika; Dark Matter, Particles of Light, Mirror of the Unseen; Deep Canyons On Mars; Meditation On Love.
Musicians:
Wadada Leo Smith: trumpet; Sylvie Courvoisier: piano (1, 3); Marcus Gilmore: drums: (1, 3); Bobby Naughton: vibraphone (3, 5) Lamar Smith: electric guitar (2, 3, 5); Bill Laswell: electric bass (3-4); Melvin Gibbs: electric bass (3-4); Mauro Refosco: percussion: (2, 3, 5); Brian Jawara Gray: percussion (2, 3, 5): Pheeroan akLaff: drums (2-5).
