Chiapperini, “The Big Earth”

download (12)FRANCESCO CHIAPPERINI VISIONARY ENSEMBLE – “THE BIG EARTH”
Francesco Chiapperini, arrangiamento e composizione, clarinetto e clarinetto basso
Andrea Jimmy Catagnoli, alto sax
Gianluca Elia, tenor sax
Eloisa Manera, violino
Vito Emanuele Galante, trumpet
Marco Galetta, trumpet
Andrea Baronchelli, trombone e tuba
Simone Quatrana, piano
Luca Pissavini, cello
Andrea Grossi, bass
Filippo Sala, drums
Filippo Monico, drums e percussions
Una volta tanto, sono felice di esser stato bruciato sul tempo: per una giovane orchestra italiana esser recensiti su Down Beat, ed in termini decisamente lusinghieri, non è cosa di poco conto. Soprattutto quando alla tua formazione non è concessa alcuna occasione di visibilità ed ascolto nel circuito concertistico del tuo paese. Una ulteriore riprova che gli assenti, o meglio gli inerti, hanno sempre torto. Del resto, Chiapperini ed i suoi non si dedicano ai ‘tributi’, che teste dure…( per nostra fortuna, dico io).
Una precisazione in margine al pezzo del recensore americano: “The Big Earth” è la registrazione live di un concerto tenutosi nel 2016 presso il circolo milanese “La Schighera” (onore a chi osa, pur non potendo contare sulle ben più massicce platee dei Festival). Una bella prova di coraggio, essendo in campo un organico ampio ed alquanto composito, per di più alle prese con materiale molto particolare. Ma la fortuna premia gli audaci (persino in Italia), ed alla dimensione live il disco deve un calore ed un’esplosiva vitalità che molto raramente è dato di incontrare in altre prove discografiche nostrane. A completare l’inventario delle novità inedite, non ricordo di aver visto in passato Chiapperini alla testa di una banda così ampia.
Ho scritto “banda” non a caso: la musica del Visionary Ensemble infatti punta dichiaratamente ad evocare la grande tradizione bandistica italiana, particolarmente viva tuttora nella avita Puglia del leader, una regione che da qualche tempo rappresenta un insolito melting pot creativo (cui deve molto il cinema nostrano) che spicca in un panorama nazionale ben più grigio e statico. A noi jazzofili ha donato un paio delle etichette discografiche più vivaci e sensibili (Auand, Dodici Lune). Al di là di ricordi ed echi sentimentali, Il nostro ha avuto modo di lavorare concretamente e direttamente sulle partiture originali di una banda della sua terra. E lo ha fatto in maniera creativa e non meramente illustrativa, come testimonia l’inserimento nell’organico – e con ruoli di gran rilevo – di strumenti ad arco come il violino ed addirittura il violoncello (voce ancora più esoterica anche nel nostro jazz di ricerca).
Sgombriamo subito il campo da un equivoco: non ci troviamo in presenza di uno di quei tanti tentativi di rianimare con aromi arcaici ed esotici il tronco di una più anemica routine compositiva e strumentale preesistente. Da una parte c’è la sopravvivenza nella periferia italiana (di questi tempi più stimolante e vivace delle c.d. ‘metropoli’– quali?) di un legame popolare con la musica per banda, quasi sempre associata alla dimensione della festa, e, cosa non trascurabile, palestra per la pratica musicale di molti dilettanti (da noi pressochè ignorati dal mondo musicale ufficiale, al contrario di quanto avviene altrove), talvolta passati nelle file del nostro jazz. Se non sbaglio, inoltre, molti studiosi che si sono soffermati sulla genesi storica della musica afroamericana hanno attribuito peso non trascurabile nella sua evoluzione alla tradizione di musica francese di musica per ottoni che aveva attecchito nel bacino francofono di New Orleans e della Louisiana.
Niente gratuità di concezione quindi: e la riprova sta nella compattezza di questo lavoro, che sembra quasi ricordare la struttura di una suite, con episodi singoli incastonati nel ricorrere di un brano – “Gatti” – che ritorna ripetutamente come un ‘fil rouge’.
Gli episodi bandistici, sono caratterizzati da una studiata enfasi, quasi ad imprimergli un certo carattere stilizzato, evocativo dei momenti rituali che spesso vedono protagoniste le orchestre di ottoni : essi si alternano al riaffacciarsi di una dinamica e contemporanea big band, capace sia di compatti e swinganti passaggi di assieme che di infuocati collettivi improvvisati. In queste continue metamorfosi ha un ruolo cruciale il piano di Simone Quatrana (vecchio compagno di strada di Chiapperini nei suoi piccoli ensemble), anche qui come altrove capace di notevoli e rigorose transizioni solistiche, ricche di echi delle più diverse tradizioni jazzistiche e contemporanee: un talento che non passa più inosservato ormai, a Sant’anna Arresi (dove hanno orecchie dritte) è stato invitato in duo con il sax Stefano Ferrian il mese scorso.
In questa complessa costruzione si inseriscono armonicamente vari anche vari momenti individuali, nessuno dei quali si rinchiude in una ‘nicchia’ distinta dal discorso orchestrale, ma anzi ne rilancia tensione e concentrazione. Particolarmente notevoli e swinganti gli interventi al violino di Elisa Manera, mentre il violoncello di Luca Pissavini ci regala momenti di intensa e concentrata espressività (“La Varc du Pescator”). Purtroppo lo spazio non ci consente di render giustizia anche ad altri solisti di valore. Importante ricordare, però, che tra le fila del Visionary Ensemble abbondano molti musicisti (Chiapperini in testa) con legami con quella che io chiamo la tribù dei Nexus, mohicani tenaci e cocciuti cui la nostra scena deve in questi anni molte pagine intense e vitali, che controbilanciano tante altre esangui e calligrafiche, ma asfissiantemente pubblicizzate.
Infine una doverosa menzione di merito per la piccola etichetta Rudi Records, per la quale questo disco non è un exploit occasionale, ma l’ultimo passo di un cammino anche qui nitido e coerente, vedi il catalogo ( https://www.rudirecords.com/): aspettiamo altre uscite come questa di Chiapperini, nel mio taccuino già candidata a registrazione italiana dell’anno.

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