FRANCESCO CHIAPPERINI – LA MEMORIA DELLE ROCCE

Da tempo seguo Francesco Chiapperini in un percorso musicale molto vario e diversificato, ma  orientato su una direttrice di fondo abbastanza costante. Con questo ‘On the bare rocks and glaciers’ (Caligola Records) invece siamo ad una tappa molto particolare, che si presenta come una diramazione apparentemente eccentrica rispetto alla strada sin qui seguita.

Già una volta, con ‘The Big Earth’, il nostro ha attinto alle sue radici culturali e musicali, offrendoci un notevole ed originale innesto della tradizione bandistica della sua Puglia in un contesto di big band jazzistica (sia pure di concezione originale). Ma se quelle erano ‘radici date’, originarie, in questo album Chiapperini ci racconta invece le sue ‘seconde radici’, quelle di elezione, quelle che si scelgono consapevolmente quando si comincia a guardarsi dentro alla ricerca di una cifra interpretativa personale del bagaglio di esperienze accumulato in passato. Queste radici elettive di Francesco affondano nella Bergamasca, sua patria di adozione, e soprattutto nelle sue valli e montagne, da lui intensamente vissute anche come sportivo. Ma le montagne di cui si parla in questo disco non sono solo natura, ma anche ed intensamente memoria della comunità che hanno generato e plasmato: inevitabile e predestinato l’incontro con la tragica epopea del corpo degli Alpini (vera spina dorsale delle valli bergamasche), e soprattutto con le sue pagine più aspre e dolorose come la Campagna di Grecia e più ancora quella di Russia.

Nikolajevka, gennaio 1943. 120.000 partiti, 10.000 ritornati. Migliaia e migliaia sono tuttora ‘dispersi’. Uno dei brani dell’album è dedicato a questa ritirata nell’Inferno Bianco dell’ansa del Volga

Oggi come oggi è una memora remota, difficile da trasmettere al di fuori delle nostre montagne. Per i figli delll’ultimo ‘900, quelli che ancora hanno vestito in grigioverde, l’eco di questo passato è giunta non dalle aule scolastiche, ma dalla viva voce dei pochi superstiti, dalle lapidi e dai nomi delle vie, dall’atmosfera che si respirava in certi ambienti militari, da alcuni libri di grandi scrittori come Nuto Revelli o Mario Rigoni Stern: ma anche per la prima generazione di italiani che a vent’anni non ha dovuto imbracciare un fucile si tratta di un passato problematico e controverso che genera reazioni ambivalenti, una storia difficile anche solo da evocare evitando retoriche di circostanza e fratture profonde ricomposte solo in apparenza.  

Ecco, la musica di ‘On the bare rocks and glaciers’ riesce proprio a renderci la distanza di una memoria tradita, ma ostinatamente conservata e testimoniata da pochi. I suoi materiali di partenza sono i canti di tradizione alpina, che vengono in qualche misura stilizzati in una scrittura essenziale e chiara grazie alla scelta di una singolare linea strumentale di quattro fiati ed un violino (oltre al leader Chiapperini ai clarinetti, oltre che compositore ed arrangiatore, Virginia Sutera al violino, Vito Emanuele Galante alla tromba, Mario Mariotti alla cornetta, Roger Rota al fagotto, Andrea Ferrari al sax baritono e la voce di Maurizio Arena).

A tratti il discorso musicale procede con una concentrazione da oratorio, ma i vasti silenzi che la assediano e la dissimulata esilità dello strumentale evitano qualsiasi impressione di studiata solennità, imprimendo quella cifra dominante di lontananza che costituisce una delle principali dimensioni in cui si sviluppa quest’opera omogenea ed unitaria. Ha pagato la scelta di registrare in una piccola chiesa.

I brani delle ‘nude rocce’ sono animati soprattutto da un ricorrente dialogo tra i fiati ed il violino (in un’occasione sostituito da un pacato recitativo per voce). L’assenza di una scansione ritmica evidente ed esplicita è colmata da solidi ostinati dei fiati che rappresentano la componente strutturale di del discorso musicale, intrecciandosi e sostenendo il lirismo degli assoli.

In una simile concezione è naturale che siano rade e residuali le nuances jazzistiche, che si rintracciano in sparse strutture antifonali. La varietà di paesaggi sonori attraversati spazia da momenti di grottesco con evidenti citazioni classiche (“Prima di entrare nell’antro”) a rasserenanti squarci bucolici rivolti alla natura, silenziosa testimone dell’epopea altrove evocata nell’album (“Green Mountains”). Ma sulla distanza riaffiora un’atmosfera prevalente di contemplazione meditativa, a tratti desolata, ma che a momenti tradisce una silenziosa e sottile indignazione (“Prendi o perdi”).

A conferma di una concezione condotta con mano sicura, si riemerge dall’ascolto dell’album con l’impressione di una musica della trasparenza di un cristallo, ma che spesso ne possiede anche la durezza.  

“Nessuna guerra è finita sinchè non è sepolto l’ultimo caduto”. Dalle nebbie di decenni passati mi riemerge questo approssimativo ricordo di una citazione di un tragico greco. La nostra è una terra costellata di caduti insepolti, ogni decennio aggiunge i suoi per le ‘guerre’ più varie e diverse. Ci siamo abituati a non vederli, a scansarli con insostenibile leggerezza. Gli ultimi sono proprio della scorsa primavera, ed in tantissimi vengono proprio dalle valli delle ‘nude rocce’. E non è un caso che proprio da lì questa musica giunga ora a ricordarcelo. Una testimone sommessa, ma tenacemente ostinata. Milton56 

1970. “I Cannibali” di Liliana Cavani. In una Milano spettrale disseminata di cadaveri abbandonati per le strade una moderna Antigone ed un misterioso straniero cominciano a coprirli e comporli, sfidando l’Autorità. “Film datato”, commentano color che sanno. Ma siamo proprio così sicuri?….

 

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