Andreas Varady – The Quest

Il chitarrista ventunenne Andreas Varady, dai natali slovacchi e cresciuto in Irlanda, tenta con questo disco di uscire dal difficile ruolo di enfant prodige in cui è costretto già da un decennio, un ruolo che ha fatto gongolare conduttori à la Gerry Scotti, fatto urlare al miracolo il Quincy Jones di turno, ma sciogliendo il sangue in una sorta di acerbo replicante di stilemi Bensoniani che jazzifica i Beatles, per esempio, con rigore e veloce fraseggio (incredibile! alla sua età! ma che guanciotte adorabili!), niente finora che convinca uno scafato jazz-fan a portare alla cassa un dischetto del ragazzino.varady ,,,

“The Quest” tenta, non disdegnando un tocco glamour, d’invertire la rotta cercando un cambio anche dal punto di vista dell’immagine, un bianco e nero che dia un’aria vissuta, un accenno di barba a suggerire un jazz più adulto, e sebbene il ragazzo stenti ancora ad imboccare con convinzione una strada stilistica ecco che il marchio Reseonance -attualmente una garanzia assoluta per l’appassionato- potrebbe quanto meno portare alcuni ad una valutazione dell’investimento, e risultare quindi di un certo interesse, supponiamo per esempio a dei Methenyani in crisi di astinenza, i quali potrebbero trovare assai utili ad alleviare l’attesa di nuovi lavori, alcuni brani del nostro Varady con tracce evidenti del maestro del Missouri, soprattutto nella title track che richiama in particolar modo il PMG degli anni ‘90, mentre altrove alcune soluzioni “friselliane” sembrano qua e là farsi largo. La stratificazione di stili insomma comincia a rendere credibile il racconto musicale, si nota in filigrana il tocco gipsy di Andreas che fluisce, a tratti, tra le linee delle 8 tracce (più due brevi intro) messe a referto dalla famiglia Varady.

Parliamo di famiglia perché, come spesso accade, dietro ogni bimbo prodigio ci sono dei genitori con feroce istinto manageriale ed in questo caso bisogna guardare al basso, inteso come strumento maneggiato dal papà Bardy, l’uomo dai cromosomi jazz che ha messo un altro frutto dei suoi lombi, l’ancor più giovane Adrian, alla batteria. Direi che è possibile comunque fugare ogni dubbio: a dispetto del marchio di qualità “Resonance” che in questo caso garantisce più che altro dal punto di vista tecnico con un’incisione dalle dinamiche straordinarie, non c’è una sorta di dinastia Marsalis slovacca in azione: la ritmica è decisamente anodina, mentre se la cava meglio il sassofonista tenore Radovan Tariska ed è eccellente il pianista venezuelano Benito Gonzalez che brilla in quest’incisione come un jazzman di categoria superiore. Sarebbe auspicabilmente il caso per Andreas, ora che ha scavallato i vent’anni e sono spuntati talenti in calzoni corti coi quali non può più competere, di procedere quanto prima all’affrancamento definitivo dalle spire familiari per rendere incisivo un percorso che potrebbe riservare, in futuro, sorprese eccitanti se il nostro deciderà di mettere a frutto la propria invidiabile tecnica per viaggiare con le sue scarpe, finalmente sulla sua strada, dovunque porti.

 

 

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