“BLUE NOTE: BEYOND THE NOTES”. UNA STORIA. BELLA (2)

 

(“New Directions”, 1999, il ‘manifesto’ di Blue Note 2.0…..)

“Siete ancora lì comodi? Ed allora continuiamo con il film….”. Per distratti, pigri ed ‘in altre faccende affacendati’, la prima parte della storia è QUI

“Che ne pensi del progetto di far ripartire Blue Note?” Siamo circa a metà degli anni ’80. Parla Bruce Lundvall, un personaggio che sulla carta appare le mille miglia lontano dall’avventuroso ‘dilettantismo’ di Lion & Wolff. E’ un ‘executive’ professionista che ha fatto la fortuna di un colosso come Columbia, portando però nel ‘salotto buono’ della musica americana personaggi del rock allora più spigoloso ed ‘impresentabile’, direttamente reclutato nel catino di fango di Woodstock (nel fango c’era anche lui): tanto per fare un solo esempio, fu lui a volere ‘Born to run’ dell’irriducibile ‘blue collar’ Bruce Springsteen, che proprio per quel disco anni dopo si azzufferà addirittura con Ronald Reagan ed il suo staff elettorale. Altro episodio che tradisce la sua ‘doppia personalità’: nel 1979, mentre CIA e co. probabilmente stanno ancora sceneggiando un remake della ‘Baia dei Porci’ e progettando uno delle centinaia di attentati alla vita di Fidel Castro, Lundvall organizza una carovana di musicisti americani (tra cui Stephen Stills, i Wheather Report, Kris Kristofferson ed altri) che, rompendo il rigidissimo embargo in essere da più di 20 anni, sbarcano chissà come a Cuba, mescolandosi con gruppi locali come Irakere (riascoltare..) in un festival all’Avana che viene immortalato in due dischi ed un documentario.

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(Bruce Lundvall e Michael Cuscuna)

Dall’altra parte del filo c’è Michael Cuscuna. Come descriverlo a chi non lo conosce? Diciamo che tra dieci anni (forse anche meno) di lui si parlerà come qui abbiamo parlato di Wolff & Lion….è già su quella strada. Cuscuna ha dalla sua un atout formidabile: conosce ogni angolo degli archivi di Blue Note, ci ha lavorato part-time proprio come archivista. E poi il jazz è la sua vita…. Ed il miracolo avviene: la fenice Blue Note risorge, anche se come affiliata della potente EMI. E’ una ripartenza ‘con il botto’: vengono scritturati agli albori della loro carriera Cassandra Wilson, Joe Lovano, Wynton Marsalis, John Scofield, Greg Osby, Jason Moran … e fermiamoci qui. Non ci sono più le splendide, folgoranti copertine ‘bauhaus’ di Reid Miles, ma palpita visibilmente lo spirito della label delle origini. Infatti, in breve tempo ‘ritornano a casa’ alcuni dei ‘fuoriclasse’ allevati da Lion & Wolff, spesso dopo periodi ‘grigi’: Joe Henderson, Dexter Gordon (Blue Note 2.0 pubblicherà un bell’album con la colonna sonora di ‘Round Midnight’ di Bernard Tavernier, uno dei pochissimi amori felici tra jazz e cinema), alla fine, il quartetto di Wayne Shorter. Ma c’è un altro, magico ritorno: Rudy Van Gelder. Siamo da poco entrati nell’era del cd (ora guardato dall’alto in basso, a breve ce ne pentiremo a calde lacrime): il nuovo formato crea vari problemi ad una musica che vive in simbiosi con il disco come il jazz. 70 e più minuti di tempo disponibile non sono facili da riempire; la qualità delle prime riprese digitali è spesso discutibile…. E qui i ‘sognatori’ di Blue Note consumano la loro inattesa rivincita. Nonostante l’età avanzata, Van Gelder si rimette dietro alle consolle, e valendosi delle tecnologie digitali più aggiornate (ovviamente se ne è impadronito subito) con pazienza e cura degna di un amanuense dei secoli bui avvia la rimasterizzazione sistematica delle sue registrazioni Blue Note: il suono caldo, arioso e musicale che sino ad allora si era ascoltato a pieno solo in studio di registrazione arriva su tutti gli stereo domestici. Ma non parliamo solo di orgasmi audiofili: ricordate le ‘prove retribuite’ e le numerose takes consentite da Lion & Wolff? Cuscuna svela una caverna di tesori: in pratica, per quasi ogni LP Blue Note pubblicato all’epoca, c’è ne è uno ‘parallelo’, fatto non di ‘alternates’ fallate, ma di brani nuovi non pubblicati per ragioni di spazio, versioni alternative complete accantonate forse perché troppo avanzate per l’epoca (sic!), interi album ancora da pubblicare. Un flusso d’inediti che forse non si è ancora concluso.

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(Rudy Van Gelder con i ferri del mestiere)

Ma anche qui non sono tutte rose e fiori. Lundvall ha l’esperienza ed anche la durezza necessaria a trattare con la multinazionale capogruppo, Cuscuna viceversa soffre di questa dipendenza e dopo qualche anno di intenso lavoro lascia il suo ruolo di consulente e ‘deus ex machina’ dell’etichetta. Nel frattempo, però, proprio grazie a Cuscuna, da Blue Note si distacca per una sorta di gemmazione Mosaic: ma questo è un altro romanzo, un’altra bella avventura.

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(Mosaic Records, la storia del jazz nelle ‘black boxes’)

Nei primi anni ’90 Lundvall riceve una richiesta di due giovanotti inglesi, che chiedono di esser autorizzati a campionare alcune famose tracce di dischi Blue Note. Siamo agli albori dell’acid jazz, il paesaggio musicale sta cambiando ancora. Lundvall parla per telefono con i due, con nonchalance gli concede l’autorizzazione ad attingere all’ intero catalogo Blue Note e poi, incuriosito, butta lì un’idea: “Perché non venite qua da noi ad incidere il vostro album? E’ più pratico….”. Non stento ad immaginare che Geoff Wilkinson e Mel Simpkins, i futuri US3, abbiano attraversato l’Atlantico a nuoto al solo sentire questa proposta. Seguirà una lunga serie dischi, ovviamente Blue Note, che susciteranno discussioni e polemiche, ma anche consensi (i giapponesi di Swing Journal che ne premiarono alcuni non sono gente di bocca buona..). Una cosa è certa: la label fondata da Wolff &Lion viene così proiettata nel bel mezzo della cultura hip-hop che segnerà il passaggio del millennio in varie forme e diramazioni. Mi sembra già di veder arricciarsi qualche naso…. “Una gloriosa label del jazz all’inseguimento di campionatori, disk jockeys e poi rappers….”

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Appunto, ritorniamo allo studio di registrazione in cui abbiamo lasciato Hancock e Shorter. I due sono circondati dalla nuova leva di jazzmen che formano l’attuale prima linea di Blue Note: Robert Glasper, Lionel Loueke, Ambrose Akinmusire, Markus Strikland, Derrick Hodge… non manca quasi nessuno. Questi sono uomini che sono cresciuti con l’hip hop ed il rap, e non li rinnegano, portandoli in modo creativo e personale nella loro musica di oggi che può piacere o meno, ma non può esser certo tacciata di dozzinalità o faciloneria. Tocca al produttore Terrace Martin spiegare il rapporto, tuttora vitale, con queste musiche e la loro nascita. “Negli anni ’80, i brutali tagli operati allora al sistema scolastico pubblico (e soprattutto alle scuole dei quartieri neri ed etnici) fecero sparire del tutto la musica dal nostro orizzonte. Al contrario dei nostri padri e fratelli maggiori, per molto tempo non avemmo la possibilità di incanalare e sublimare la nostra rabbia tra le note. Dilagò il crack e con esso le gang con tutto quel che ne segue….. Nelle nostre case erano rimasti solo vecchi giradischi e un po’ di vecchi lp. Qualcuno cominciò ad usarli in modo creativo, manipolando i riffs dei dischi d’epoca ed improvvisandoci sopra delle strofe fortemente cadenzate… questa ‘musica al quadrato’ si diffonde nei party e nelle feste di strada, il silenzio della disperazione comincia a rompersi….”. Poche battute di ricordi personali danno la birra a capitoli e capitoli di sociologia della musica. Continua Martin: “Intanto i riffs campionati cominciarono a penetrare in noi profondamente, cominciammo ad ascoltare più attentamente quei vecchi dischi, divorato uno ne scoprivamo i collegamenti con un altro, e da questo un altro ancora…..quasi tutti erano Blue Note”. Una voce fuori campo domanda a Terrace cosa avessero di speciale questi dischi agli occhi suoi e di altri giovani musicisti in maturazione. Un’altra risposta lapidaria: “Semplice, erano i dischi dei gamechangers , di quelli che cambiano le regole del gioco”. Potessero sentirlo Lion & Wolff, sarebbero stati ripagati di tante difficoltà ed amarezze degli ultimi anni….

Pochi anni fa Bruce Lundvall è stato portato via da una malattia terribile. Da allora al timone di Blue Note c’è Don Was. Devo esser sincero, prima di vedere il film consideravo Was come uno dei tanti ex-fricchettoni raffermati nel management musicale, attratto dal jazz per le sue caratteristiche di ‘long seller’, sia pure di nicchia. Ma un’occhiata di insieme all’attuale catalogo dell’etichetta rivela un impronta ed un orientamento non casuali, ancora una volta un felice mix tra sguardi tra i territori di frontiera e consolidamento di un mainstream comunicativo e di notevole sofisticazione. Vederlo poi chino sulla consolle, proseguendo il lavoro di Gelder con le rimasterizzazioni delle registrazioni storiche, sentirlo parlare delle difficoltà dell’operazione e delle sottigliezze necessarie per portarle in porto con risultati convincenti, mi hanno convinto che la bandiera di Blue Note è in buone mani. Basti pensare al ‘fegato’ che ci vuole per pubblicare un autentico ‘monumento’ come lo straordinario “Emanon” di Wayne Shorter…….. tre dischi (uno con orchestra, la straordinaria ‘Orpheus Chamber’…. da sempre senza direttore…), un libro con una graphic novel di fantascienza…

Ritorniamo allo studio di registrazione. Dopo uno sguardo e qualche cenno d’intesa, Hancock si avvia al piano e Shorter imbraccia il soprano. Parte la registrazione di un affascinante ‘Masqualero’, composizione di Shorter che è ormai nella storia del jazz, quello di avventura, è in “Sorcerer” di Miles Davis, in “Footprints” dello stesso Wayne.

E qui la Huber segna un’altro punto con alcuni minuti di vero ‘Cinema’. ‘Carisma’, una di quelle parole inafferrabili, non basta un’intera colonna di vocabolario per darne un‘idea, vaga ed astratta per di più. Ed invece eccolo lì, negli sguardi dei ‘giovani leoni’ di Blue Note di oggi, nella palpabile tensione che precede l’attacco dettato da Shorter ed Hancock: giovani sì, ma hanno già attraversato il quasi-genocidio dell’era delle gang e del crack, ed oggi passano ancora attraverso il ‘Black Lives Matters!’, la catena di stragi quotidiane dei ‘killer della porta accanto’, l’America che ora si ritrova in casa i fantasmi allevati negli Iraq e negli Afganistan delle ‘guerre inventate’ . Perché è di questo che ci parlano i veri rappers, i poeti che sempre più spesso affiancano tanti veri jazzmen di oggi: spiacente se non è materia per lirici sonetti, ma è solo la realtà….. E nonostante questo, nonostante i decenni passati, Glasper ed i suoi riconoscono tangibilmente e senza esitazioni in Shorter ed Hancock delle guide spirituali, prima ancora che dei modelli musicali, c’è ancora un filo sottile, dal percorso aggrovagliato, ma ben saldo che lega le due generazioni indissolubilmente. Il vecchio albero ha ora un ramo in più, ma è cresciuto dallo stesso vecchio tronco, la linfa è la stessa. Il fascinoso ‘Masqualero’ che vediamo nascere nel film è poi stato incluso in un disco che a suo tempo io ho scioccamente snobbato, voi non fatelo. Oltre alla bellezza ed alla sofisticazione delle musiche, è un vero e proprio ‘manifesto’, un’orgogliosa e determinata rivendicazione di continuità, un vero passaggio di testimone. Ma basta lasciar parlare queste immagini:

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(Hancock ‘My Point of view”, 1963. Blue Note All Stars “Our Point of View”, 2017)

Questo bell’album si apre con un brano dedicato a Bruce Lundvall. Per meglio ricordarlo, gli uomini della Blue Note 3.0 hanno pensato di inserire una breve citazione di un discorso di Bruce alla cerimonia di premiazione dei Grammys (l’Oscar dei discografici). Ora immaginate la tipica platea di queste cerimonie americane in pompa magna, i tychoon ed i professional del disco impupazzati e tirati a lustro nei loro smokings, le dame in lungo di strass, scollate quanto basta a metter frutto l’ultimo investimento in silicone…. ufficialità compiaciuta che si spreca. Ed ecco Lundvall (50 anni di lavoro nella musica, ricordiamolo) che parla, lasciamolo in inglese per far salva la netiquette…. dal canto mio, dedico queste poche, chiarissime parole ai ‘becchini della musica’, di cui tanto abbiamo parlato in questi ultimi giorni:

“I’ve been in this business since the time when songs were short and careers were long to a present time of great uncertainty. I can assure you of one thing: There are more creative musical voices out there than ever before. If anyone says to you, ‘What’s going on with jazz dying?’ Just give them an evasive answer. Tell them what W.C. Fields would have said: ‘Go fuck yourself.’”

Quando e se sarà, non perdete assolutamente questo film
Milton56

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