Il duro lavoro del jazzman

Un borghese déraciné del jazz: Dexter Gordon, che si salva con la fuga in Europa

In queste settimane è stato pubblicato negli USA un libro intitolato “Jazz and Justice. Racism and the Political Economy of the Music’. L’autore è lo storico Gerald Horne, uno specialista dell’indagine sul peso del razzismo nei vari ambiti di sviluppo della società americana.

Era pressocchè scontato che Horne prima o poi rivolgesse la sua attenzione al mondo del jazz, considerato però essenzialmente come settore produttivo ed ambito lavorativo.

L’autore muove da un’insolita visione radicalmente ‘materialista’ della condizione del jazzman, visto come lavoratore sfruttato e contrattualmente coartato. Con molta decisione e nettezza, lo storico giunge ad affermare senza mezzi termini che quella del musicista di jazz delle prime decadi del XX secolo è da ritenersi senz’altro la più pericolosa professione del mondo delle arti, non solo, ma addirittura da paragonare a quella del minatore di carbone sotto il profilo del rischio professionale inteso tout court. Respirare a lungo fumo di sigarette in club malsani, esser assillati con la continua ed interessata offerta di alcool ed altre ‘sostanze’ da parte di spregiudicati gestori di club e persino da etichette discografiche, aggressioni violente da parte di ‘fan’ razzisti ed ubriachi facevano parte della comune condizione degli artisti afroamericani: e c’era anche di peggio. Horne sottolinea che è impossibile prescindere da questi fattori ai fini di una profonda comprensione della loro arte, come spesso invece accade.

Non solo, ma lo studioso prosegue mettendo in conto l’elaborazione di molte pratiche artistiche innovative da parte dei musicisti neri alla necessità di difendersi dalla ‘White Supremacy’. Horne cita ad esempio la profonda svolta registratasi con il Bebop, secondo lui imputabile anche a fattori materiali come la ricerca di forme musicali che i loro “pale imitators” (cito alla lettera…) avrebbero avuto difficoltà a copiare, impoverendo le già precarie ed altalenanti entrate dei jazzmen. Non solo: la trasformazione del jazz da ‘musica da ballo’ a ‘musica d’ascolto’ avrebbe molto a che vedere con la tacita disapprovazione del ballo interrazziale che vigeva persino nella Manhattan rovente fucina di musica.

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Ma una volta dentro alla ‘straight life’, nemmeno una pelle bianca dà diritto a sconti: Art Pepper e la Laurie che gli ha regalato un radioso ‘canto del cigno’

Punti vista taglienti ed aspri, che la dicono lunga sull’aria che tuttora spira negli States, anche ai ‘piani alti’ dell’accademia cui appartiene Horne con solidissimi titoli. Senz’altro si può ritenere che il suo punto di vista sia viziato da una certa ‘lateralità’, ma è un fatto che il timore ed il risentimento per il plagio delle proprie idee da parte di musicisti meglio inseriti nello shobiz è un leimotif di molti memoirs di jazzmen sin dai primi anni della storia di questa musica. E che la cocaina fosse l’indispensabile puntello di molte massacranti ‘gigs’ che si snodavano nei clubs con serie di sets che si succedevano dalla prima serata sin quasi all’alba, intervallati solo da pause di una manciata di minuti, è triste realtà apertamente confessata anche da musicisti che hanno fatto la loro gavetta negli anni ’50 e ’60.

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La boxe, l’antidoto alla ‘scimmia’ scelto da Miles

Lasciando in ombra questi aspetti di vita materiale, per esempio, a mio avviso non si capisce la vera radice dell’intransigente e deliberato atteggiamento rivendicativo di Miles Davis  (un borghese purosangue, non un figlio della strada, ricordiamolo…) nei confronti della macchina organizzativa di una industria musicale americana, in cui la presenza del ‘Mob’, del grande crimine organizzato, è stata ubiqua e massicciamente condizionante sino a tempi piuttosto recenti. Sotto questo profilo, il Miles sprezzante ed implacabile negoziatore dei propri cachet e contratti discografici (ed anche di quelli dei suoi collaboratori, non dimentichiamolo…) è stato altrettanto e forse più radicalmente ‘politico’ di altri che esibivano dichiarate professioni di fede ideologica, che alla fine però non hanno seriamente intaccato la loro posizione di sostanziale marginalità sul grande mercato della musica americana. Non è un caso che anche oggi, recitate le elogiative formule di rito per il musicista, seguano immancabilmente e nemmeno a mezza bocca pesanti e spesso subdoli ‘però’ sull’uomo Miles, tuttora accomunato all’altro reprobo Archie Shepp da un implacabile, silenzioso ostracismo da parte dell’establishment americano (ivi compresa larga parte di quello intellettuale).

Per chi volesse approfondire la conoscenza dell’irriducibile ‘materialista’ Gerald Horne, QUI c’è una sua intervista in cui prospetta le linee di fondo del suo lavoro. Milton56

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