Carta Virtuale, The Sequel. Sottotitolo: “Ma la musica è una cosa seria?”

“E tu cosa fai di bello?”
“Beh, suono/compongo/insegno musica….”
“Bello, molto interessante, chissà che belle esperienze, quanti incontri ….”
“Insomma, ci sono anche problemi ….”
“Ma, in confidenza, dimmi: che lavoro fai SERIAMENTE?”

Sono sicuro che moltissimi di quelli che vivono nella e della musica saranno incappati chissà quante volte in una situazione del genere, che ben riflette la sostanziale, radicale incredulità che il senso comune italiano (e particolarmente quello di questi ultimi anni) riserva all’idea che quelle della musica possano e debbano essere professioni serie, e non semplici hobbies o ‘passioni’, magari effimere e transitorie.

Alla questione ha dedicato un lungo ed approfondito ARTICOLO il sito web d’informazione ‘The Vision’, a mio avviso di rara qualità nel gran ciarpame che il Web ci offre a riguardo.

Quello di Mattia Madonia è in pratica un piccolo saggio, che affronta a 360° gradi tutti gli aspetti della scarsa – o meglio nulla – considerazione sociale della figura del musicista, tirando anche i fili più reconditi che portano senza molte tortuosità ad un atteggiamento di sostanziale disistima della musica in sé considerata che ha profonde radici non solo e non tanto nel degradato senso comune contemporaneo, ma addirittura nell’alta cultura italiana così come si è venuta evolvendo almeno sin dai primi decenni del ‘900. Atteggiamento di degnazione e sufficienza che è rimasto costante – ed anzi si è sostanzialmente sempre più consolidato – anche attraverso i turbinosi e contraddittori rivolgimenti sociali e culturali del nostro Ventesimo Secolo. A quali esiti ultimi abbia portato questo carsico ed inscalfibile sussiego verso la musica è sotto gli occhi di tutti: un paese che si autodefinisce ‘innatamente musicale’, e che in realtà ha maturato convintamente gusti musicali a dir poco banali – se non peggio – ed è incapace anche solo di intuire istintivamente la differenza di qualità e spessore che corre tra musichette ‘usa e getta’ ed altre espressioni di ben altra profondità. Per carità, non si chiede a quest’Italia incupita ed invelenita di accantonare l’ascolto de ‘Il Volo’ per darsi al ‘Canto sospeso’ di Nono, ma quantomeno di avvertire un certo qual imbarazzo quando il simpatico Allevi viene in tutta serietà e convinzione accostato a Mozart. A tal proposito, The Vision accumula altro punteggio nel mio personale indice di gradimento con quest’altro PEZZO

Il vero e proprio pamphlet di ‘The Vision’ non dimentica davvero nulla: lo spazio risibile – se non addirittura nullo – riservato alla cultura musicale ed allo sviluppo di una capacità di ascolto consapevole dalla scuola italiana (particolarmente da quella secondaria superiore, del tutto cruciale per la formazione generale della persona, molto più di un’università ormai ridotta ad esamificio e mercatino di crediti formativi); gli organici risicati e lo status prevalentemente precario degli insegnanti di musica di ogni genere e grado; la lunga sottovalutazione dei diplomi musicali nel sistema scolastico italiano; la situazione prefallimentare in cui versano teatri d’opera di grande tradizione come il Bellini di Catania, con la concreta prospettiva di ulteriori, irrimediabili perdite di posti di lavoro per orchestrali ed altri specialisti della musica.

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Tutte le serate esaurite in una sala da 1.500 posti, biglietti da €.40,00 ad €.86,00. La ‘fascia alta’ del pubblico risponde con supporto militante. Una buona notizia…. o no? 😉

Ma se l’Atene della musica colta piange, la Sparta della musica leggera non ride, tutt’altro: l’omologazione coatta e lo sconsiderato ‘gioco al massacro’ di giovani voci generato dai ‘talent show’, la virtuale assenza di ogni ritorno economico dalla musica registrata (“Mahmood guadagna – dai dischi n.d.r – meno della mia baby sitter” dichiara Enrico Ruggeri, uno che il ‘dietro le quinte’ dello show business all’italiana lo conosce molto bene); la coazione ad esibirsi comunque e dovunque, anche nei contesti più improbabili e squalificanti, per risolvere il problema della sopravvivenza; l’industria discografica che ha disinvoltamente sacrificato i propri musicisti ad un accordo spartitorio con i colossi dello streaming che ha salvaguardato – parzialmente – solo le sue royalties. E via sprofondando di questo passo.

Ed anche qui si assiste alla logica conseguenza della fuga di violoncellisti arruolati nei call centers o di batteristi che sbarcano il lunario friggendo patatine verso terre promesse straniere…. Si badi bene, non si parla di Londra o della California, ma addirittura del molto meno opulento Portogallo, che però ha saputo offrire dignitose ed adeguate occasioni di inserimento a nostri giovani musicisti in fuga. Una bella lezione di stile ( e di civiltà) inflitta da un paese ancora povero alla sedicente ‘Culla della Musica’, che viceversa non fa altro che ‘parlarsi addosso’, millantando un’eredità culturale da tempo disinvoltamente dilapidata.

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E’ quasi incredibile vedere come esistano ancora dei veri ‘garibaldini della musica’, che forse questo Paese non si merita…. come quelli di  150 anni fa

Ovviamente l’inchiesta di ‘The Vision’ si è occupata della c.d. ‘musica colta accademica’, che ancora fruisce di residuali sostegno e tutela pubblici (se non economici, quantomeno organizzativi e di struttura) e della musica leggera di consumo, che in qualche maniera consente tuttora margini di guadagno (magari più per il management che non per i musicisti…). Proviamo solo a rapportare tutti i fenomeni di cui sopra al piccolo ed appartato mondo del jazz italiano, orfano di qualsiasi attenzione istituzionale ed alieno da qualsiasi attrattiva commerciale: le criticità si elevano automaticamente al quadrato, se non al cubo….

Di qui si comprenderanno anche le nostre incontenibili insofferenze quando sentiamo parlare della nostra come la ‘seconda scena mondiale del jazz’ (sì, seconda solo al fachirismo indiano come resistenza all’inedia….) o quando vediamo occupati i pochi spazi riservati ad una musica già svantaggiata nel suo accesso al pubblico da strapagati divi dello show business, che potrebbero egualmente guadagnare altrove i loro cospicui cachet, senza farli gravare su ben più modesti bilanci (sostenuti tra l’altro da finanziamenti pubblici che a questo punto non si capisce che funzione abbiano).

Ma qua siamo ‘talebani’, si sa…. Attenzione, però: a furia di certi anatemi, si rischia di farli diventare persino simpatici, i Talebani. Milton56

Magari da grande avrà fatto la musicista… sembrava già ben allenata. “Ecce Bombo”, era ancora il 1980……

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