Cartoline. Orvieto 1. Isaiah Thompson Trio

Dal Vostro Infiltrato Speciale ad Umbria Jazz Winter, il ‘salotto buono’ del noto festival umbro

Isaiah Thompson, chi era costui?”. Non sono Don Abbondio, e mi sbilancio a dire che difficilmente rimarrà un Carneade: non lo merita, anche se l’odierna scena jazzistica si presenta affollata da una concorrenza temibile.

Poco si sa di lui. Mani sulla tastiera già a cinque anni, Juilliard School (imprinting di base tendenzialmente classicheggiante), poi ha gravitato intorno al Lincoln Center dove ha avuto le prime occasioni di visibilità. Nel fascinoso spazio ipogeo della Sala Etrusca del Palazzo del Popolo Thompson si è presentato alla testa di un giovane trio, apparso da subito ben assortito ed in linea con la personalità del leader. Manca la consueta introduzione da parte dell’organizzazione (??), ma per fortuna la musica del pianista parla da sè forte e chiaro.

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In questo ritratto c’è molto della musica di Thompson……

La tastiera del leader ha un’inequivocabile impronta ‘black’, con spiccata, ma controllata percussività; la forte energia si riflette anche su di un fraseggio molto serrato e veloce oltre che sul suono, caratterizzato da colori molto marcati e contrastati: mi verrebbe da definirlo un pianismo ‘in bianco e nero’, sempre imbevuto di un profondo senso del blues (quel ‘lievito del jazz’ che recentemente scarseggia parecchio dalle nostre parti) . La voce strumentale di Thompson è perfettamente servita dai due compagni, ma mentre al batterista Zach Adleman non resta che assecondare l’inarrestabile dinamismo del leader con un drumming muscolare e di potenza alla stessa altezza, niente spazio per finezze, diverso è il discorso per il bassista Philip Norris. Adempiuti i classici obblighi di pietra angolare del classico trio pianistico, al bassista vengono concesse varie finestre solistiche, in cui ha modo di sfoggiare una cavata piena e rotonda in linea con l’impostazione di gruppo, ma anche un fraseggio sciolto e discorsivo, ma soprattutto di grande espressività. In una parola, Thompson sa il fatto suo anche come leader, cosa che spesso non avviene con altri pur dotati giovani talenti solistici .

Il suo pianismo molto moderno e teso, sorretto da un drive inesauribile e coinvolgente, viene messo al servizio di un repertorio che, a parte qualche ‘original’ e qualche tributo, ma non di circostanza (Ellis Marsalis), testimonia della consueta, orgogliosa padronanza della grande tradizione afroamericana (basti per tutti un intenso ‘Chelsea Bridge’ di Strayhorn). Padronanza che non esclude affatto qualche rapido sconfinamento in territorii più contemporanei (in qualche momento di particolare concitazione sembra quasi echeggiare qualche traccia della forte ed incisiva scansione di Cecil Taylor).

Nonostante il rigore e la nitida essenzialità di una proposta del tutto esente da compiacenti bellurie, si registrano accoglienza e sostegno calorosi e continui da parte del centinaio di spettatori stipati nella sala, al punto che sul finire del set Thompson ha dovuto ricordare con garbo che il travolgente drive del trio costa fatica….Milton56

Scarse le clips YouTube di Isaiah Thompson: questa in quartetto (marzo 2018?) è forse quella che evoca meglio la performance umbra, a parte l’aggiunta di un sax tenore

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