Wallace, Ellis, Bucky….

La nostra attuale presenza in rete vorrebbe portare lontano, almeno per qualche istante,  i pensieri dei nostri visitatori dalla stringente, lugubre attualità che stringe il mondo. Cercheremo di continuare in questa vena, a suggerire film, concerti, podcast, vecchi e nuovissimi dischi, “razioni k” dello spirito come dice qualcuno, senza smettere un istante di sperare in un veloce miglioramento della situazione che ci attanaglia.

Oggi però non possiamo che celebrare la memoria di tre grandi jazzisti che ci hanno lasciato in queste ore per “complicanze da Covid-19“, ovvero il trombettista Wallace Roney (59 anni) , il pianista Ellis Marsalis (85) e il chitarrista Bucky Pizzarelli (94), tre uomini che lasciano una generosa scia di grande jazz alle loro spalle, musica senza scadenza, che intercetteremo con rinnovata e grata emozione.

Con Wallace Roney, la scomparsa più  improvvisa,  se ne va un maestro della tromba Jazz, uomo di punta della cosiddetta generazione dei “Giovani Leoni” che avevano saputo innervare il linguaggio jazzistico con il recupero della tradizione, nel suo caso portando avanti il lascito diretto di Miles Davis, anche se la sua sensibilità musicale era sfaccettata ed assai personale.  Lo ricorderemo tra poco con un pezzo interamente dedicato alla sua figura, qui riproponiamo una nostra recensione di “A Place in Time”, uscito nel 2017, con due clip da youtube da quell’album.

WALLACE RONEY  “A Place in Time” (High Note 2016)

A metà giugno 2016 Wallace Roney, spesso considerato una sorta di clone del suo grande mentore Miles Davis, mentre si tratta di figura assai più complessa e dalla spiccata personalità, decide che è arrivato il momento di mandare all’indietro le lancette di una quindicina d’anni per ritrovarsi, e questa volta in sala d’incisione, con un gruppo che nel cuor gli sta e con cui per 3 anni (dal ’98 al 2001) portò in giro un progetto che non fu poi documentato a dovere e che esce ora per l’eccellente label High Note.

Il “Place in Time” del titolo può essere prosaicamente inteso come Hoboken, New Jersey, città di Sinatra e Frisell, ad un tiro di schioppo da Manhattan, dove per registrare un nuovo repertorio arrivano tre gloriosi veterani (216 anni in 3): Buster Williams, Lenny White (ritmica regale) e Gary Bartz, sax contralto. Completano il gruppo la poliedrica pianista Patrice Rushen, una delle fiamme di Prince, che ha trovato il successo componendo per film e grandi orchestre e che ritrova, intatta, la sua buona vena jazzistica, e il sax tenore e soprano del 22enne Ben Solomon, del quale si fa un gran parlare oltreoceano, e che rappresenta l’unica novità rispetto alla formazione originale.

La musica, firmata da tutti i componenti della band, fluisce con estrema scioltezza, i temi modali, dilatati, evocano in modo esplicito il modus operandi davisiano, anche quando ad essere omaggiato è Debussy (Claire de Lune), ma ciò che si avverte in modo tangibile è l’afflato spirituale che anziché semplicemente richiamare gli anni ’60 lavora, grazie alla mirabile unità d’intenti raggiunta, ad un continuum con quelle esperienze artistiche ed umane. L’episodio che chiude il disco è esemplare in tal senso: “My Ship” di Gershwin e Kurt Weill viene riletta magistralmente dal Capitano Wallace con la sola ritmica, la sordina Harmon sembra trapassare i decenni, mentre aleggiano i versi della canzone “I can wait the years / ‘Til it appears / One fine day, one spring”, ed il viaggio continua…

 

Ellis Marsalis , da New Orleans, è stato un un vero patriarca del Jazz, e come tutti sappiamo i suoi preziosi cromosomi hanno dato il via ad una dinastia semplicemente leggendaria (Wynton, Branford, Delfeayo, Jason…), anche nel suo caso cercheremo di ricordarlo al meglio con un articolo ad hoc, vista anche la sua innegabile importanza storica.  Oggi vogliamo proporvi una sua clip in piano solo e la magnifica elegìa che il figlio Wynton ha pubblicato in questi minuti sui suoi profili social.

My daddy passed away last night. We now join the worldwide family who are mourning grandfathers and grandmothers, mothers and fathers, sisters and brothers— kinfolk, friends, neighbors, colleagues, acquaintances and others.

What can one possibly say about loss in a time when there are many people losing folks that mean so much to them? One of my friends lost both her mother AND father just last week. We all grieve and experience things differently, and I’m sure each of my five brothers are feeling and dealing in their own way.

My daddy was a humble man with a lyrical sound that captured the spirit of place–New Orleans, the Crescent City, The Big Easy, the Curve. He was a stone-cold believer without extravagant tastes.
Like many parents, he sacrificed for us and made so much possible. Not only material things, but things of substance and beauty like the ability to hear complicated music and to read books; to see and to contemplate art; to be philosophical and kind, but to also understand that a time and place may require a pugilistic-minded expression of ignorance.

His example for all of us who were his students (a big extended family from everywhere), showed us to be patient and to want to learn and to respect teaching and thinking and to embrace the joy of seriousness. He taught us that you could be conscious and stand your ground with an opinion rooted ‘in something’ even if it was overwhelmingly unfashionable. And that if it mattered to someone, it mattered.

I haven’t cried because the pain is so deep….it doesn’t even hurt. He was absolutely my man. He knew how much I loved him, and I knew he loved me (though he was not given to any type of demonstrative expression of it). As a boy, I followed him on so many underpopulated gigs in unglamorous places, and there, in the passing years, learned what it meant to believe in the substance of a fundamental idea whose only verification was your belief.

I only ever wanted to do better things to impress HIM. He was my North Star and the only opinion that really deep down mattered to me was his because I grew up seeing how much he struggled and sacrificed to represent and teach vital human values that floated far above the stifling segregation and prejudice that defined his youth but, strangely enough, also imbued his art with an even more pungent and biting accuracy.

But for all of that, I guess he was like all of us; he did the best he could, did great things, had blind spots and made mistakes, fought with his spouse, had problems paying bills, worried about his kids and other people’s, rooted for losing teams, loved gumbo and red beans, and my momma’s pecan pie.

But unlike a healthy portion of us, he really didn’t complain about stuff. No matter how bad it was.

A most fair-minded, large-spirited, generous, philanthropic (with whatever he had), open-minded person is gone. Ironically, when we spoke just 5 or 6 days ago about this precarious moment in the world and the many warnings he received ‘to be careful, because it wasn’t his time to pass from COVID’, he told me,” Man, I don’t determine the time. A lot of people are losing loved ones. Yours will be no more painful or significant than anybody else’s”.
That was him, “in a nutshell”, (as he would say before talking for another 15 minutes without pause).

In that conversation, we didn’t know that we were prophesying. But he went out soon after as he lived—-without complaint or complication. The nurse asked him, “Are you breathing ok?” as the oxygen was being steadily increased from 3 to 8, to too late, he replied, ”Yeah. I’m fine.”

For me, there is no sorrow only joy. He went on down the Good Kings Highway as was his way, a jazz man, with grace and gratitude. And I am grateful to have known him.

 

 

Bucky Pizzarelli, ha iniziato la sua carriera nel 1943 (!) ed è stato sul palco fino all’ultimo, un vero prodigio della natura, e durante questa lunghissima carriera ha incontrato e inciso con centinaia di musicisti di varia estrazione e di altissimo livello.

Chitarrista ritmico d’innata eleganza, si è concesso il lusso anche di un LP in solitaria (nel 1986), “Solo Flight“, che qui di seguito riproponiamo per intero, un esempio di misura e di grazia, insieme alle parole del figlio d’arte John, anch’egli molto noto e spesso in azione col papà, moltissime volte ad Umbria Jazz, anch’egli alfiere di un “trad jazz” che non ha alcuna intenzione di lasciar spegnere una fiamma di vitale importanza per la musica che amiamo. Lo salutiamo con le parole del figlio John:

“He was the ultimate sideman, He wasn’t looking to be the guy out in front of the band. He was happy to be inside the band, supporting the whole organization.”

“The length and breadth of the work with all the different people was a testament to how hard he worked at it. Everybody from Benny Goodman and Les Paul to Carly Simon, Janis Ian and Paul McCartney. All kinds of people requested his services because he was the best at what he did.”

Brani:

– I Guess I’ll Have to Change My Plan
– Out of This World
– The End of a Love Affair
– Ill Wind
– Bewitched
– ‘Round Midnight
– Solo Flight
– Blah! Blah! Blah!
– Candle Lights
– All This and Heaven Too
– Medley:
a. My Wonderful One
b. My Best Girl

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