Avventure di un clarinetto inquieto

Seguo da tempo David Rothenberg, musicista e filosofo naturalista statunitense, e le molteplici avventure del suo clarino, avvezzo a frequentazioni musicali sia con umani che con animali, come testimoniato da una carriera ormai ragguardevole, con una quindicina di cd come titolare, incluso il duetto con Marilyn Crispell, pubblicato da ECM “One dark night i left my silent house“, e l’apprezzato  “On the cliff of the heart” con Glen Velez e Graeme Boone. Anni fa, sulle tracce di questo esploratore sonoro, mi sono imbattuto in uno dei migliori esempi di colloquio fra strumenti analogici (il clarinetto di Rothemberg, appunto) e macchine elettroniche, nel cd “You Can’t Get There From Here“(Monotype record 2011), realizzato in coppia con l’alchimista sonoro britannico Scanner. Ma le conversazioni per le quali il musicista americano è più conosciuto sono quelle con gli uccelli, le cicale e con le balene, esplorate rispettivamente nei lavori discografici Why Birds Sing e Whale Music, oggetto anche di studi e pubblicazioni scientifiche a firma del nostro, assolutamente convinto che i suoni che la natura ed i suoi abitanti ci regalano siano degni di studio come la musica praticata dagli umani.

La natura è qui, si mostra, ma noi spesso non prestiamo attenzione e non sappiamo ascoltare. Se riesci a farlo scoprirai cose meravigliose. Ho sempre pensato che la musica degli animali dovrebbe essere studiata, si tratta di suoni vecchi di milioni di anni che andrebbero compresi nelle loro dinamiche di relazione.”

In questa nuova avventura dal suggestivo titolo “They say human exist”(Oslo session recordings, 2020) , che potrebbe essere una frase di un colloquio fra esemplari delle specie frequentate come partner musicali da Rothenberg, il clarinettista si ritrova in un ensemble che incuriosisce già per la provenienza dei suoi membri: il chitarrista norvegese Jacob Young, anch’esso di casa in ECM e leader qualche anno fa del trio di morbida psichedelica jazzistica  Interstatic alla corte RareNoise, ed il percussionista del Mali Sidiki Camara, già membro del gruppo Intercontinentals di Bill Frisell. E’un disco di atmosfere rilassate e profonde suggestioni, nelle quali spesso fa capolino l’Africa, (la title track affidata alle corde della guitalele di Young, l’ipnotico gioco percussivo di “The north”) ma che sa aprirsi ad una prospettiva davvero globale nelle parti in cui le tre diverse culture e sensibilità riescono a fondersi in serrati  dialoghi senza confini. Succede, ad esempio, nell’iniziale “Supernatural roadtrip”, immersa in profondi fondali elettronici agitati dalle percussioni etniche e con lo strumento di Rothemberg che disegna inquiete traiettorie per sfiorare nel finale la libertà dalle forme, o in “Thank you my people” aperta da un bucolico dialogo fra il flauto, le corde della chitarra acustica e le percussioni, e poi sviluppata attraverso le ampie volute melodiche del clarinetto.  A tratti la chitarra di Young pare evocare l’estetica del blues del deserto, resa celebre da gruppi come Tinariwen ( il riff magnetico di “Tactile memory”, l’evocazione di “Calling people to the music” con Camara anche al canto), ma poi il finale con “Soundtrack lost” e “Blood horizon” conferma la cifra distintiva di questo passo a tre in una dimensione rarefatta e cameristica, dai toni inquieti ad increspare la apparente calma di superficie, nella quale il risuonare delle corde etniche di Young e dei legni di Camara appaiono un complemento ideale per i voli  transoceanici del clarinetto di David Rothenberg.

David Rothemberg nel suo canto con le balene

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