RIPRENDIAMOCI IL PRESENTE

Spiacente, sembrerò noioso, ma devo ritornare sull’argomento delle chances di sopravvivenza del mondo della musica, o meglio, della nostra musica, orfana di tutele e riconoscimenti istituzionali: parlo ovviamente di quelli concreti e sostanziali, non di vuote dichiarazioni di principio.

Purtroppo la situazione presente ci dice che è impossibile fare semplici ipotesi sul futuro che ci aspetta, e quindi men che meno scommettere sullo stesso. L’impaludamento e l’entropia che hanno colpito la campagna vaccinale Cov19 allontanano sempre di più l’orizzonte della ripresa di un’accettabile vita sociale: autorevoli voci, di quelle sommesse e pacate che non partecipano all’orgia mediatica che passa per ‘informazione’, cominciano ad ipotizzare il 2023 (!!) come possibile ‘primo anno normale’, e ciò basandosi su considerazioni molto logiche e razionali, ed addirittura improntate ad ipotesi cautamente ottimistiche.

E’ chiaro che il mondo della nostra ‘musica orfana e randagia’ non ha la possibilità di sopravvivere tanto a lungo nell’attuale situazione di coma. E questo porta in primo piano una sorta di atteggiamento ‘attendista’ che sinora ha prevalso in questo ambito: posizione che a mio avviso rischia ora di rasentare il suicidio, una sorta di autoeutanasia (che tra l’altro a qualcuno dispiacerebbe ben poco, detto tra di noi….). Bisogna cercare di fare qualcosa QUI ED ORA, è assolutamente necessario riprenderci il presente, perché è questo che è nelle nostre mani. Un atteggiamento positivo e propositivo deve cominciare a prescindere dalla prospettiva del tutto improbabile di una spontanea ripresa a breve dell’attività musicale dal vivo con pubblico in presenza.

Quindi è ora di porsi concretamente e fattivamente il celebre interrogativo “Che fare?”.  Partiamo dalla metà piena del bicchiere. La domanda potenziale di musica c’è, forse anche al di là dei confini abituali del pubblico ‘di prima’. C’è bisogno di un’antidoto al grigiore concentrazionario ed alla passività dell’amminstrazione, al sensazionalismo pornografico dei media, al caos ed all’incertezza che ne deriva in tutti i momenti della quotidianità: si tratta di intercettarlo tramite i canali giusti e con un’offerta adeguata alla situazione ed alle possibilità del pubblico passato e potenziale.

Dico questo anche alla luce di una certa frequentazione del web americano, a caccia di storie da portarvi. Intendiamoci, nemmeno lì corrono fiumi di latte e di miele, tutt’altro: c’è un susseguirsi di notizie di chiusure di club con lunga storia alle spalle, rinvii ripetuti e ‘sine die’ di festival e rassegne concertistiche, la sporadica attività discografica è più che altro sostenuta da una ben dosata attività di setaccio degli archivi. Anche il morale è quel che è: mi ha colpito molto un messaggio su Bandcamp di un musicista che di fronte alla New York desertificata e silenziosa di oggi riandava alle lezioni di piano della sua adolescenza, con sua madre che prendeva appunti per i suoi esercizi a casa. Sotto tanta melanconica elegia faceva specie leggere la firma di Jason Moran, non solo musicista di primo piano, ma anche direttore artistico del Kennedy Center di New York e produttore discografico di punta: cioè un vero ‘uomo d’azione’ della musica, abituato ad affrontarne tutti i problemi economici ed organizzativi al livello più elevato.

Però ho visto anche altro: iniziative di fundraising a favore dei locali chiusi a fronte di coupon e facilitazioni su attività a venire, e soprattutto un flusso crescente e sempre più intenso di concerti in live streaming, offerti con le formule più diverse, che vanno dal ‘supporto militante’ alla quasi gratuità con mero recupero delle spese grazie all’intervento di sponsor privati (‘privati’ intesi come singole persone…). Nei prossimi giorni mi riservo di segnalarvi le iniziative più accessibili dalla nostra prospettiva continentale. Dietro tutto questo non ci sono grandi mezzi tecnologici, tutt’altro: sono tutte cose che partono dal basso ed hanno il solo scopo di assicurare una certa continuità della musica dal vivo consentendo ai musicisti di praticarla e soprattutto di mantenere un rapporto caldo e vitale con il pubblico, sia pure in una situazione di isolamento fisico. L’essenziale è fare della musica insieme e farla ascoltare. E non da ultimo, di ricavare qualche soldo per sopravvivere.

In tutta franchezza, da noi questo non c’è. Diamo atto che la scena americana vede una maggiore concentrazione geografica dei musicisti in alcune grandi aree urbane, mentre da noi al contrario i componenti dello stesso gruppo sono spesso dispersi ai quattro angoli della penisola, con ricorrente difficoltà di riunirsi in uno stesso luogo per studiare, provare od suonare anche solo in streaming a causa delle ricorrenti restrizioni di movimento, quasi sempre annunziate in  ‘zona Cesarini’ e nel frastornante strepito di stomachevoli polemiche localistiche. Proprio su questo problema si soffermava in una recentissima intervista la sassofonista altoatesina Helga Plankensteiner.

E’ partita la campagna ‘L’Ultimo Concerto?’ che chiede il vostro sostegno su Instagram e Facebook, pubblicando la foto del vostro locale preferito con sovraimpresso il punto interrogativo

Ma in Canada c’è qualcuno che ha pensato anche a questo, giungendo ad una soluzione piuttosto interessante e degna di approfondimento da parte di tecnici del suono e web nostrani (ammesso che qualcuno di loro ci legga). Mr. Andrew Chow, un ex programmatore a riposo con lunga esperienza in IBM ed in servizi di web commerce, pressato in quarantena dalla moglie musicista, dopo due mesi di lavoro assiduo ha messo a punto una piattaforma web che consente a musicisti situati in luoghi distanti tra di loro di suonare contemporaneamente evitando il famigerato problema della c.d. ‘latenza’, e cioè dei ritardi di trasmissione dei segnali audio-video sul web che di fatto rende proibitiva e frustrante l’esperienza soprattutto nell’ambito di musiche non rigidamente strutturate e predeterminate come appunto è il jazz. Chow ha rielaborato ed armonizzato preesistenti software, che a suo avviso avevano un principale, fondamentale difetto: essere tutt’altro che ‘user friendly’ soprattutto per musicisti non molto a loro agio con software complessi e di interfaccia alquanto grezza. Il sistema, che fa perno su una consolle di regia, remota anch’essa, che armonizza, comprime e sincronizza i flussi audio video scambiati tra i musicisti, occupandosi poi di modulare il flusso diretto agli spettatori finali, è stato favorevolmente sperimentato da jazzisti canadesi che suo tramite hanno tenuto un concerto in live streaming suonando ciascuno da casa sua. E’ stata soprattutto lodata la facilità e rapidità di ‘presa in mano’ del software da parte dei musicisti (sono bastate poche ore a quelli coinvolti) e la pressoché totale soppressione della famigerata ‘latenza’, che a detta della band coinvolta ha creato la piena sensazione di suonare insieme in presenza. Nella speranza che qualcuno con competenze adeguate voglia approfondire questa interessante ed utile esperienza, unisco link per approfondimento. Siccome siamo trasparenti e democratici (e viviamo in paese assai malizioso….), eccovi qui altro articolo in cui vengono illustrate le possibili alternative, quelle ritenute più macchinose e meno maneggevoli dal prode Mr.Chow.

‘Così vicini, così lontani’: il concerto canadese

Ma ora ritorniamo alla nostra realtà, ed affrontiamo la ‘metà vuota dal bicchiere’. Mi ripeto ancora, è il momento del Self Help, di uscire dalla dimensione della ‘supplica’: dall’Alto non arriva nulla, basti osservare il desolante spettacolo della gestione della cosa pubblica ai massimi livelli, che ricorda molto una partita a poker nei saloni del Titanic, con tanto di bluff ed ‘assi nella manica’. Non arriva nulla dall’alto perché mancano le idee; e se anche ci fossero, bisognerebbe metter in campo adeguate risorse per attuarle; e queste a loro volta andrebbero messe in mano ad amministratori locali capaci e determinati, immuni da logiche clientelari od anche solo assistenziali. E quei pochi che fanno parte di amministrazioni non indifferenti od addirittura ostili alla cultura si sono già mossi da soli, come dimostrano alcuni esempi virtuosi come Novara ed il suo canale YouTube A-Novara di cui abbiamo già parlato, ed altre poche di cui occuperemo a breve. Sulla scandalosa latitanza di RAI non è neppure il caso di soffermarsi: basti dire che è stato necessario l’intervento di un Prefetto per evitare la ‘eccezione culturale’ del Festival di Sanremo in un paese in cui tutti i teatri sono stati annichiliti d’imperio da più di un anno e sino a data da destinarsi.

Quindi tentiamo la scommessa sullo streaming live, se necessario con musicisti a distanza, ed anche con impostazione e mezzi spartani: ad esempio, in assenza di una regia video di pregio capace di valore aggiunto, ridurre al minimo la componente visuale privilegiando qualità e stabilità dell’audio, che è quel che più importa. Fare il possibile per pubblicizzare ad ampio raggio delle iniziative, perché uno dei vantaggi dello streaming live è quello di avvicinare pubblico al di fuori del proprio bacino geografico d’utenza. Infine è necessario rapportare i prezzi dei biglietti alla qualità tecnica dell’offerta e tenendo conto della necessità di incoraggiare il pubblico (vecchio e nuovo) a ‘rompere il ghiaccio’ con un nuovo tipo di fruizione di musica live. Offerta che tra l’altro potrebbe avere una vita tutt’altro che effimera:  questa attività di produzione in ambito web aiuterà i nostri club ad assumere maggiore centralità sulla scena musicale con un programmazione più continua e ‘quotidiana’ e meno asservita a logiche di glamour e di richiamo. E’ necessario già da tempo un contrappeso che controbilanci l’episodicità della programmazione festivaliera estiva. E proprio a quest’ultimo riguardo, eviterei di farmi qualsiasi illusione sulla possibilità di una ‘ora d’aria’ estiva del tipo di quella dello scorso anno quando ancora si nutrivano molte illusioni sulla transitorietà e reversibilità dell’epidemia: nella calda e soprattutto giovane America Latina il virus impazza molto più che da noi e con le sue incalzanti mutazioni rischia di battere sul tempo una campagna vaccini che sta facendo i conti con una realtà molto più complessa e problematica di quanto le retoriche propagandistiche volessero far apparire.  

Mi rendo conto: tante parole, alcune anche un po’ ruvide e ‘contropelo’, ma vengono da uno che la musica la ha sempre vissuta con passione, sia pure da semplice spettatore. Uno spettatore però sufficientemente disincantato da rendersi conto che a decidere se la musica si fa oppure no non è certo il volontarismo di testimonianza e neanche la pur giusta indignazione, ma un’iniziativa attiva per incidere sui tanti presupposti materiali ed organizzativi che la rendono possibile.

‘Music, the healing force of the world’, la forza guaritrice del mondo, quello di cui abbiamo proprio bisogno. Ed ecco qui dal 1961 i cieli tersi e gli ampii orizzonti della ‘Dahomey Dance’. John Coltrane, ovviamente: con lui McCoy Tyner, Eric Dolphy, Freddie Hubbard, Art Davis, Reggie Workman ed Elvin Jones. Portatela con voi nei giorni a venire. Milton56

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