Julius Hemphill e lo scrigno delle meraviglie

Julius Hemphill con
Malinké Elliott, K.Curtis Lyle, Abdul Wadud Baikida Carroll, John Carter, Olu Dara
Nels Cline, Allan Jaffe, Jehri Riley, Jack Wilkins
Jerome Harris, Dave Holland, Steuart Liebig, Roberto Miranda
Michael Carvin, Alex Cline, Jack DeJohnette, Philip Wilson
Ursula Oppens, Daedalus String Quartet
Ray Anderson, Marty Ehrlich, Janet Grice, John Purcell, Bruce Purse

Disco 1: The Boyé Multi-National Crusade for Harmony I [74:20]
Disc 2 : The Julius Hemphill / Abdul Wadud Duo [60:51]
Disco 3: The Janus Company [73:47]
Disco 4: Musica da camera[63:32]
Disco 5: Roi Boyé Solo e Text [75:01]
Disco 6: The Boyé Multi-National Crusade for Harmony II [65:07]
Disco 7:  Live At Joyous Lake [66:44]

“ Non sono il migliore sassofonista in alcun modo, non ci vado nemmeno vicino, ma penso di avere una profondità, un’ampiezza della mia sensibilità musicale, che molti solisti non hanno, perché si concentrano su quell’unica cosa che li affascina, l’assolo. Voglio sviluppare l’intero sfondo, lo scenario musicale completo. Una volta scoperto che era possibile, che avrei potuto comunicare con le persone, sono diventato musicalmente vivo. ” —Julius Hemphill

In risposta alle critiche e alle discussioni degli anni ’90 su cosa sia e cosa non sia il jazz, Julius Hemphill (1938-1995) rispose come sempre aveva fatto nel corso della sua carriera: “Well, you often hear people nowadays talking about the tradition, tradition, tradition. But they have tunnel vision in this tradition. Because tradition in African-American music is wide as all outdoors.”

Questa raccolta di musica, questa celebrazione delle collaborazioni artistiche che hanno coinvolto Julius Hemphill per tutta la sua vita, aggiunge molto a ciò che sappiamo della sua creatività nell’esplorare le implicazioni in quel vasto spazio. Il suo lavoro, svolto in poco più di venticinque anni, ha illuminato tante strade secondarie di quella tradizione proteiforme, creata in America contro ogni probabilità. Altrettanto vitale, Julius ha affermato, con grande passione, come il suo spazio fosse espressivo. Ha lavorato all’interno di quella tradizione tanto quanto guardava all’esterno, nella sua creatività artistica e nei suoi impegni culturali.

Questo cofanetto contiene composizioni musicali e performance che sono venute alla luce dal Julius Hemphill Archive presso la Fales Library della New York University. I sette compact disc presentano trentacinque composizioni di Hemphill selezionate da quasi 180 documenti audio e video del suo archivio privato. Venticinque di queste opere sono completamente inedite, mai comparse su un supporto discografico durante la sua vita. In questo cofanetto sono rappresentati anche i contesti d’insieme esplorati da Hemphill che non hanno ricevuto documentazione sostanziale o, in alcuni casi, pubblica. Queste performance mettono in primo piano il lavoro di improvvisazione di Julius come sassofonista e flautista, da contesti solistici a quintetti. L’unica eccezione è il Disco 4, dove ascoltiamo composizioni scritte per altri interpreti  Fatto altresi’ importante, queste performance approfondiscono la nostra conoscenza delle lunghe associazioni di Hemphill nella collaborazione artistica con i suoi principali patners. –Marty Ehrlich (dalle note di copertina)

“The Boyé Multi-National Crusade for Harmony,” issued by New World Records and named after one of Julius Hemphill’s touring projects, shows how thoroughly he adapted and reinvigorated his early influences.Credit…George Rose/Getty Images

Julius Hemphill è stato una forza vigorosa nella musica americana dalle sue prime esibizioni pubbliche e registrazioni discografiche risalenti alla fine degli anni ’60, fino alla sua morte, a 57 anni, nel 1995. Sia che suonasse il sassofono o il flauto – o anche, come nel suo assolo sovrainciso “Blue Boyé”, entrambi  i fiati contemporaneamente – ha mescolato le tradizioni popolari con un gioioso tocco sperimentale.

Cresciuto a Fort Worth, ha ascoltato jazz intriso di R&B e country. Il corposo libretto allegato al box contiene citazioni di un’intervista su quei primi anni: “Ero musicalmente ricco”. Ho ascoltato Hank Williams  dal jukebox del Bunker’s, il bar dei bianchi. E Louis Jordan, Son House e Earl Bostic dal palco di Ethel’s, il bar dei neri dall’altra parte della strada. “

Hemphill potrebbe aver iniziato con quei punti di riferimento correlati, pur se separati. Ma le registrazioni ampiamente varie sul nuovo cofanetto “The Boyé Multi-National Crusade for Harmony”, pubblicato dalla New World Records che riprende il nome di uno dei progetti delle tournée di Hemphill – mostrano quanto accuratamente abbia adattato e rinvigorito quelle prime fonti.

I primi due dischi contengono alcune registrazioni formative per piccoli gruppi della fine degli anni ’70, oltre a un sorprendente duo  (data e luogo sconosciuti) di Hemphill con il violoncellista Abdul Wadud, uno dei suoi collaboratori fondamentali. Nella traccia “Rhapsody”, si puo ascoltare la prontezza di Hemphill al sassofono soprano, mentre Wadud passa dal suono corposo, strimpellato, all’archetto lirico. La sensibilità melodica di Hemphill, flessibile anche quando è scarna, è presente ovunque, anche quando la sua espressione sonora diventa stridula o frenetica.

Prima dell’emergere come band leader, Hemphill entrò in contatto con altri musicisti curiosi ed emblematici come il trombettista Lester Bowie, e iniziò anche a sperimentare una commistione musicale con con opere teatrali. Ha fondato una sua etichetta discografica e contribuito a lanciare il Black Artists Group (noto come BAG) insieme a poeti, ballerini e altri musicisti e compositori, come Oliver Lake. Dopo che un’esibizione del BAG nel 1971 fu interrotta dalla minaccia telefonica di una bomba, Hemphill ne ricavò lo spunto per una sigla sonora per i suoi concerti. Questo episodio è raccontato nel libro di Benjamin Looker “Point From Which Creation Begins”, una storia del BAG e del lavoro di Hemphill.)

The World Saxophone Quartet in 1978.Credit…Deborah Feingold/Getty Images

In seguito il sassofonista unì di nuovo le proprie forze con Oliver Lake, Hamiett Bluiett e David Murray nel celebre World Saxophone Quartet, che spesso suonava in spazi contraddistinti dalla mentalità aperta come la Brooklyn Academy of Music.  Dedicato  prevalentemente alla musica jazz ma non esclusivamente definito da essa, Hemphill ha scritto brani per solista e musica da camera per la virtuosa pianista Ursula Oppens , sua compagna verso la fine della sua esperienza terrena. 

 

Il cofanetto ad opera della label New World contiene anche un disco di musica da camera. Oltre ad una composizione scritta per Ursula Oppens, include la prima uscita di una performance del 2007 del Daedalus Quartet di “Mingus Gold”, una composizione del 1988 in cui Hemphill ha arrangiato brani di Charles Mingus.

Non si tratta di semplici trascrizioni dirette, come dimostra la versione di “Better Get Hit in Your Soul”. Durante l’apertura, la parte del violoncello di tanto in tanto si avvicina al tema del basso di Mingus, anche se poi devia anche dal materiale di partenza, con le altre corde che sembrano raccolte in una meditazione prima che il quartetto scavi nel tema di Mingus con gusto.

L’approccio sperimentale ma al tempo stesso musicale di Hemphill lo ha collegato ad artisti pop avventurosi; si è unito a Oliver Lake in tour con Björk a sostegno del suo album “Debut” nel 1993-94. E come Lake, Hemphill era incline a dire che le sue varie attività non erano la prova di una sensibilità multiforme e dispersiva, ma piuttosto la ricerca di uno scopo complesso e integrato. 

Dopo sua morte, l’influenza di Hemphill ha continuato a incidere un panorama sempre più ampio. La sua composizione più famosa, “Dogon AD”, con il suo avvincente groove  , è stata memorabilmente ripresa dal pianista Vijay Iyer nel suo trio album del 2009, “Historicity”. Musicisti-compositori come Tim Berne e Marty Ehrlich, che hanno scritto le note di copertina per la nuova versione, giurano sulle qualità intrinseche di Hemphill.

Allora perché la sua musica, i suoi contributi non sono meglio conosciuti? Uno dei motivi è che il suo album più celebre,  “Dogon AD ” (1972), è rimasto fuori catalogo a lungo. E’ stato disponibile su CD per un breve periodo, nel  2010 , ma ora quella versione e l’LP originale hanno prezzi elevati sul mercato dell’usato. Un altro motivo probabilmente ha a che fare con la disputa sul confine tra jazz e musica classiche ( un sottoinsieme dei più ampi problemi di esclusione razziale nella musica classica contemporanea. La maggior parte dei critici e studiosi della musica classica probabilmente ignorano sia la conoscenza che l’ampiezza dell’eredità di Hemphill. La sua musica è stata occasionalmente suonata in rassegne prevalentemente classiche come Composer Portraits al Miller Theatre della Columbia University, ma normalmente viene percepito esclusivamente come un artista jazz,.

Ma mentre gran parte della sua musica può a pieno diritto fregiarsi dell’appellativo jazz, in altri ambiti ha anche esplorato regni più ariosi e meno propulsivi. Un lungo brano del quarto disco del cofanetto, “Unknown Title No. 1”, documenta un’esibizione del 1981 di un quintetto di fiati e ottoni diretto da Hemphill.

La composizione, partita lentamente ma con toni pungenti è molto lontana da “Dogon AD”, “Rhapsody” o le riscritture su Mingus. Dopo un inizio in punta di piedi segue un’improvvisazione sfrenata, la performance infine si chiude in modalità cameristica, guidata da una tuba in perenne prima linea. Ma il suo percorso è distintivo e peculiare nel book compositivo di Hemphill.

Ai tempi in cui la cover di “Dogon AD”  stava guadagnando i plausi a Vijay Iyer, il pianista descrisse in un articolo come vedere Hemphill in concerto nel 1991 fosse stata per lui un’esperienza trasformativa. L’album del 1988 di Hemphill “Big Band” “mi abbaglia tanto oggi come allora”, ha detto Iyer in una e-mail, sottolineando anche gli importanti contributi di Hemphill e BAG durante il “periodo delle iniziative di autodeterminazione degli artisti neri”, che naturalmente includeva anche l’AACM dei musicisti creativi di Chicago.

Raccontando l’esperienza di un’esibizione in duo del 1992 di Hemphill e Wadud, successivamente pubblicato nell’album “Oakland Duets”, Iyer scrisse: “Sono rimasto stupito dal senso di simultanea maestria e trasgressione. Penso che descriva la sua musica in poche parole. “

Hemphill, devoted to jazz but not exclusively defined by it, in 1990.Credit…Michael Wilderman

Ascoltare il box è una esperienza impegnativa, non solo perché sette cd richiedono tempo e molti ascolti per essere assimilati al meglio, ma anche per la varietà e vastità del materiale contenuto. Se scorrete i nomi dei musicisti che a vario titolo accompagnano Hemphill troverete quanto di meglio era possibile ascoltare tra i jazzisti americani di quegli anni, e in effetti il cofanetto è uno scrigno di meraviglie che riportano a quel periodo che pare quasi mitologico rapportato al presente, parlo della fine dei 70’ fino alla metà degli 80’, con quelle sonorità senza compromesso che ad un ascoltatore contemporaneo, avvezzo a contaminazioni decisamente più annacquate e potabili, parrebbero addirittura fastidiose.

Difficile scegliere tra tanto materiale e di cosi’ elevata qualità media. Forse, proprio perché mai documentato a dovere, il dischetto che più attrae è proprio il quarto, Chamber Music, dove Hemphill compare esclusivamente come conductor nei due lunghi brani finali per un organico di soli fiati.

Il più ostico è invece certamente il quinto, Roi Boyè Solo and Text, in cui Hemphill accompagna i poemi di Curtis Lyle e Malinkè Elliott. Ostico naturalmente per chi non mastica correntemente la lingua, e quindi fatica nella comprensione dei testi.

Naturalmente c’è una versione del celeberrimo Dogon A.D., che tutto sommato è abbastanza fedele all’originale. In più c’è la tromba di Baikida Carroll e Alex Cline alla batteria al posto di Philip Wilson, il significativo gioco incrociato dei due fiati rende ancor più eclatante un tema già magnifico di suo e gli undici minuti scorrono fin troppo velocemente.

Queste mie poche righe sono tutt’altro che una recensione esaustiva, ci vorrebbero molti altri ascolti e comparazioni con le abbondanti e significative note del libretto. Prendete dunque le mie parole come impressioni ai primi passaggi nel lettore, ma una cosa è comunque certa: The Boyè Multi National Crusade for Harmony si è già garantito un posto tra le migliori uscite di questo difficile 2021.

Fonti: Note dal libretto accompagnatorio incluso nel box e articolo di Seth Colter Walls sul New York Times

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