Azolia – “Not about heroes”. Cantare guerra per ispirare pace.

Il terzo album dell’ensemble berlinese mette in musica, in una dimensione cameristica, rarefatta e coinvolgente, il lavoro del poeta inglese Wilfred Owen (1883-1918).

Colto o popolare. Siamo spesso abituati a questa dicotomia nelle nostre scelte e conseguenti ascolti. Così come siamo pronti a subire le relative conseguenze; a seconda dei casi, gratificati dalla sensazione di arricchimento ma magari sofferenti per la prova auto inflitta, oppure divertiti ma gravati da sensi di colpa per avere lasciato spazio al “poco peso” culturale. Capita in pochi casi di trovare un’opera in grado di contemperare i due aspetti, e, dopo ripetuti ascolti, “Not about heroes”(Jazzwerkstaff , 2021) del quarettto con base a Berlino Azolia, sembra rientrare in questo ristretto novero. Beninteso, siamo di fronte ad un lavoro di dimensione cameristica, con ensemble composto dalla voce della cantante Sophie Tassignon, il sax alto ed il clarinetto di Suzanne Folk, il soprano ed il clarinetto basso di Lothar Ohlmeier ed il contrabbasso di Andreas Waelti, tutti rappresentanti della scena contemporanea europea che sta fra il jazz, la classica contemporanea e le sinergie con altre forme espressive d’avanguardia. Inoltre, il concept che sta alla base del lavoro sono le poesie di Wilfred Owen, poeta inglese coinvolto in prima persona nel primo conflitto mondiale, durante il quale fu prima ferito e quindi, tornato al fronte dopo un lungo periodo di ripresa dedicato in gran parte a comporre liriche cariche di tutto il senso della tragedia che può trasmettere un’esperienza simile, ucciso in Francia nel 1918. Nonostante queste premesse, e qui sta il piccolo capolavoro dei quattro musicisti, “Not about heroes” cerca di andare nella direzione diametralmente opposta a quella della tragedia di Owen, scavando nelle sue liriche per mettere in luce il versante opposto della speranza di un mondo in pace. E costruendo abilmente una veste sonora che, accanto a momenti di assorta, rarefatta concentrazione su alcuni sentimenti vissuti da chi sta in prima linea (“Futility”, “Storm“) riesce, con grande naturalezza, ad assumere cadenze accattivanti e, appunto, quasi “pop ” nella stupenda tittle track, in “Greater love” o in “The roads also“. Merito di un lavoro d’insieme che deve essere stato assai intenso e concettualmente impegnativo, con l’ulteriore difficoltà, risolta in modo egregio, di utilizzare testi poetici scritti agli inizi del ‘900 per creare canzoni contemporanee. Testi che evocano in modo anche diretto e crudo i sentimenti di un poeta soldato chiamato a testimoniare con la propria vita un’esperienza sconvolgente. “Questo libro non parla di eroi. La poesia inglese non è adatta a parlarne. Qui non si parla di onore, dominio o potere, solo di Guerra, il soggetto è il peccato della guerra. Tutto quello che può fare il poeta è dare un avviso. Per questo i veri poeti devono raccontare la verità.”

E, soprattutto, una prova magistrale dei singoli musicisti, a partire dalla voce magnetica di Sophie Tassignon, già ascoltata nella prova solista dello scorso anno “Mysteries unfold“, uno strumento dal timbro originale e dall’ampia versatilità che le consente di passare dal canto strutturato in chiave jazz alle forme libere esibite in “Happiness”, “Storm”, “Song of songs” fino al canto a cappella che apre “Greater love“. Ma non sono da meno i compagni d’avventura. Suzanne Folk, (che conduce un analogo trio drumless SoWeiss ed è la cantante dalla band pop rock Call me Cleo), qui spesso gioca il ruolo di doppio vocale della Tassignon oltre ad incrociare i propri fiati con quelli di Lothar Ohlmeier, nel disegno architettonico che trova nel quarto elemento, il contrabbasso di Andreas Waelti, un altro pilastro indispensabile (ascoltare il profondo groove creato con le sue sole corde di “The roads also”). Le composizioni, tutte di durata abbastanza estesa, lasciano spazio anche a parti soliste improvvisate, mirabile quella del contrabbasso su “Song of songs“, ma anche gli interventi dei fiati, sia nelle parti soliste che in quelle in chiave contrappuntistica sono sempre essenziali e funzionali al clima complessivo. Quasi alla fine del lavoro, le battute iniziali del contrabbasso di Waelti su “Asleep” richiamano i colpi di un cannone ed il sonno descritto dal testo appare come preludio di un abbandono dalla vita. Ma il potere salvifico della musica si manifesta anche qui, in una narrazione incalzante intervallata dai voli vocali e dalle progressioni vitali degli altri tre strumenti. Un disco che sa parlare al cuore.

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