CONSIDERAZIONI DI UN IMPOLITICO – ‘BIDONI’, IERI, OGGI E DOMANI

L’Impolitico stava ancora disfacendo la valigia quando la sua attenzione è stata irresistibilmente attratta dall’articolo sui ‘bidoni’.

Il repertorio di episodi esposti dà un po’ la sensazione di sfogliare un album di ricordi, molto largamente condiviso dai jazzofili di lungo corso. Va infatti considerato che molti di queste disavventure erano figlie di un certo dilettantismo organizzativo, che per inesperienza e mancanza di mezzi spesso sottovalutava aspetti organizzativi e logistici aprendo la strada ad inconvenienti e disagi. Ma va anche detto che l’altra faccia di questa gestione quasi amatoriale era una carica di passione che raramente si ritrova oggi, dove un professionismo spesso esasperato punta più a risultati di immagine e di accreditamento presso l’establishment che non a mandare in scena ‘costi quel che costi’ musica capace di emozioni intense. E va anche detto che talvolta queste ingenuità incoraggiavano e davano pretesto a bizze ed eccentricità poco professionali che gli stessi musicisti si sarebbero ben guardati dal permettersi nell’ambito del ben più duro e spietato show business americano.  

Umbria Jazz anni ’70: l’affettuosa vicinanza delle Istituzioni è testimoniata dal gippone della Celere in primo piano…

Del resto, non appena maturato un minimo di esperienza, il pubblico di allora questi incomodi li metteva implicitamente in conto in via preventiva, specie quando erano di scena alcuni personaggi. E nonostante ciò si andava, spesso in luoghi inospitali ed acusticamente proibitivi, perché quelli più idonei non potevano esser ‘profanati’ dalla corruttrice musica negra. E questo ‘eppur si va’ era la miglior testimonianza della passione per una musica che veniva sentita come ‘necessaria’, la mia cara, vecchia ‘musica per vivere’: altro che snobismo e velleità di autopromozione sociale di cui taluno straparla, lo avrei voluto vedere nel 1977 in un Velodromo Vigorelli appositamente riaperto per l’occasione dopo oltre dieci anni di abbandono ad ascoltare forse per l’ultima volta il grande Mingus sotto l’assalto di orde di insetti malefici di ogni genere…. Gli snob (paganti, rarità all’epoca) evidentemente non avevano diritto nemmeno ad una parvenza di disinfestazione preventiva.

“Effetto Larsen? Cos’è?…..”

Al cahier des doleances di Rob53 aggiungerei solo un’altra voce: l’atroce gestione del suono che per lunghi anni il pubblico del jazz ha dovuto subire. Certo, apparecchiature ed impianti di sonorizzazione erano talvolta poco più che amatoriali, ma altrettanto si poteva dire di chi ci stava dietro, che pensava che il jazz si dovesse amplificare con lo stesso mixaggio e gestione dei livelli dell’heavy metal o – nel migliore di casi – della fusion, unici generi con cui c’era una qualche familiarità. Era come cercare di concentrarsi su di un libro pieno di macchie di inchiostro, con caratteri deformati e con pagine rilegate alla circamenoquasi. Il che non facilitava affatto una ricezione consapevole e ragionata di musiche di una certa complessità e con la quali si aveva poca dimestichezza per altri canali. Le cose poi sono migliorate (molto lentamente) e la situazione odierna può esser definita soddisfacente, salvo qualche irritante eccezione che spicca soprattutto perché i prezzi dei biglietti odierni non sono certo quelli degli anni ‘70/80, ancora abbastanza accessibili per giovani tendenzialmente in bolletta (il nocciolo duro del pubblico jazz dell’epoca).

Ma siamo poi così sicuri che l’album dei ricordi stia ormai ad impolverarsi in cima ad uno scaffale e che l’epoca dei ‘bidoni’ sia definitivamente tramontata? Quell’incontentabile malfidato dell’Impolitico nutre qualche dubbio a riguardo, tant’è vero che mi ha fatto pervenire i seguenti foglietti d’appunti.

Secondo il suo principale Miles Davis, Paul Chambers aveva un rapporto difficile con gli alberghi: spesso partiva passando dalla finestra….. A Miles poi arrivavano i conti in sospeso. E poi lo si tacciava di avere un cattivo carattere….

‘Concerti last minute’. Viviamo in tempi difficili si sa, è comprensibile che soprattutto durante lunghe tournée all’estero si vogliano evitare tempi morti e si punti a sfruttare ogni ora per ammortizzare le molte  ed ingenti spese. Programmare il proprio arrivo in loco un paio d’ore prima di salire sul palco significa fare un temerario atto di fede nell’affidabilità dell’attuale sistema di trasporti (e parlo di era ante-Covid) e non premunirsi di un ragionevole margine di riserva contro gli infiniti ed inesplicabili imprevisti quotidianamente registrati dal viaggiatore, autentico Giobbe dell’era contemporanea. E questo mentre spesso e volentieri l’organizzatore ti offre comodo e riposante alloggio sul posto per un’arrivo anticipato, che tra l’altro consente di rendersi sommariamente conto del luogo in cui ci si trova, superando la ‘sindrome del paracadutista’ che in assenza di copertura GPS rischia di confondere un continente con l’altro. E ciò per tacere di platee lasciate ad aspettare per intere ore, a stento tenute a freno da imbarazzati organizzatori che si arrampicano sugli specchi per coprire in qualche modo il vuoto del palco. Luogo diabolico quest’ultimo, dove regna sovrana la Legge di Murphy, soprattutto se ci sali trafelato e con l’anima tra i denti: le prevedibili defaillances verranno segnate a dito da un pubblico senza misericordia, e rimarranno ben più impresse del buono che riuscirai a mettere in campo. Il frenetico saliscendi dagli aerei lasciamolo agli esponenti del grande business, che peraltro volano su jet privati e spesso sono di fretta perché in partenza per destinazioni non coperte da convenzioni d’estradizione.

Ve le ricordate ‘le porte del Cosmo che stanno in Germania’? Ecco qui Klaus Schultze

‘Il palco non è uno studio a cielo aperto’. La complessità ha un fascino tutto suo, si sa…. L’avvento dell’elettronica musicale è poi una sirena pressochè irresistibile, sembra che tutto sia possibile, a portata di un semplice doppio tap o swipe su uno schermo. Certamente, ma su quello che in precedenza è stato pazientemente configurato da mani esperte, e che poi è stato messo in mano ai tuoi partner affiatati che hanno provato e riprovato ore con te nella calma ovattata di uno studio senza un pubblico che preme emotivamente. Le cose cambiano quando sei su di un palco a centinaia di chilometri dal tuo studio, con una ritmica che hai dovuto ingaggiare all’ultimo momento perché i tuoi sperimentati sidemen ti hanno dato il due di picche, dialogando in basic english (un sottodialetto dell’esperanto) con un tecnico del suono che usa hardware e software di provenienza aliena. In questi frangenti tenere sempre presente un’aurea massima degli informatici della prima ora: “si scrive ‘Plug & Play’, ma si legge ‘Plug & Pray’ “…. Rectius: l’Incompatibilità è la regola, e la Compatibilità rientra nelle manifestazioni della Grazia Divina, per definizione insondabile. Dunque: ‘semplice’ è sicuro, efficace ed anche bello, al contrario di macchinosi flop che non passano inosservati neppure da platee poco smaliziate. Anche perché sul palco c’è solo la prima take, niente ‘riavvolgi e cancella’.

Fortunatamente il mondo del jazz non corre il rischio di accasciarsi sotto il gigantismo organizzativo. O no?

‘Non dire Gatto se non ce l’hai nel sacco’. E qui veniamo a fenomeno acutizzato in questi tristi tempi pandemici, ora endemici. E’ umano che gli organizzatori cerchino di suscitare interesse preventivo intorno alle loro manifestazioni ancora in gestazione preannunziando la presenza di formazioni di grande attrattiva, quasi sempre provenienti da paesi lontani. Dietro c’è quasi sempre la pressione dell’apparato di comunicazione/promozione (spesso piuttosto eccessivo ed invadente) che porta a contrabbandare opzioni ancora piuttosto aperte e labili come scritture vergate con il sangue. Poi sopraggiungono ukaze governativi, paralisi dei trasporti, subdole e striscianti barriere amministrative (vedi i postumi di Brexit per i musicisti inglesi), e, perché no, anche sacrosante fobie personali dei musicisti, particolarmente se nordici (i virus sono sempre in casa d’altri, quelli mediterranei poi sono sempre più subdoli e temibili di quelli civili e beneducati che circolano pacifici ed indisturbati dalle proprie parti). Di qui disdette e sostituzioni, spesso annunziate all’ultimo minuto e talvolta con visibile imbarazzo. A volte i buoni samaritani che corrono in soccorso di rincalzo non hanno nulla da invidiare agli assenti, anzi talvolta capita che rappresentino opzione anche migliore….. ma non c’è nulla da fare: il pubblico li accoglierà con un palpabile atteggiamento di delusione, testimoniato da ampii vuoti in platea. E quindi il volenteroso samaritano non solo dovrà farsi carico dei rischi di una data improvvisata, ma dovrà anche affrontarla scontando un visibile handicap di partenza. Ergo, attenersi all’aurea massima popolare di cui sopra, la miglior comunicazione è quella che si fa con i fatti.

E dopo avere messo in copertina il cinico e sinistro ‘Bidone’ felliniano, invece chiudiamo in bellezza con uno di quelli ‘giusti’: ‘La stangata’ di George Roy Hill, con l’indimenticabile coppia di truffatori/vendicatori Robert Redford e Paul Newman…. tra l’altro la bella e nostalgica soundtrack rese un ottimo servizio a Scott Joplin ed al suo ‘Entertainer’. Con l’occasione: anche nel mondo della musica ci sono dei Lonegan…… i ‘bidoni’ teniamoli da parte per loro e non per il povero pubblico…. 😉 Milton56

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