Dino Betti /The silence of the broken lute

Non appena le prime foglie si staccano dai rami, ecco che apparentemente dal nulla si materializza il nuovo album di Dino Betti. Non è un processo che si ripete ogni anno, purtroppo, ma ogni volta il nuovo disco vince premi, sbaraglia nei referendum di settore e, soprattutto, conquista il cuore e la mente di tutti quegli appassionati che lo seguono con trepidazione.

Betti ha ormai 85 anni e ha svolto una professione che nulla ha a che vedere con la musica. Quello che a prima vista potrebbe apparire come un handicap si è invece rivelato come una situazione ottimale: scrive per pura passione, senza vincoli di alcun genere, e, nel corso del tempo, ha creato attorno a se un cenacolo di musicisti gravitanti nell’area metropolitana milanese che sanno interpretare al meglio la scrittura del maestro, come lui stesso ribadisce: Senza di loro, senza la loro generosità nell’ aderire a un progetto che non è più soltanto mio, ma che è diventato di tutto il gruppo, questa musica non sarebbe potuta decollare”.

Questa volta, per tutte le limitazioni dovute alla pandemia, riuscire a scrivere nuove composizioni si è rivelato più faticoso, ma alla fine quattro brani nuovi di zecca e la ripresa di un brano del 1985, Here comes springtime , vedono la luce nell’album che porta lo stesso titolo della prima composizione: The silence of the broken lute, soggetto anche del dipinto di copertina, perché come ormai usuale, Betti è compositore che si richiama ad altre branchie dell’arte e che fa uso di una moltitudine di strumenti apparentemente poco in sintonia con la concezione di una orchestra jazz.

Marcello Piras nelle note di copertina rimarca questi aspetti peculiari nella tavolozza di Betti: “All’ascolto, fin dai primi attimi siamo accolti da un concerto di suoni e timbri eterogenei (…). Appaiono e scompaiono, spesso intervengono per brevi sortite e si danno il cambio. Non sono soltanto timbri e colori tipici del jazz: ci sono anche viola e sitar, flauto contralto e arpa celtica. “Voci arcaiche e contemporanee, occidentali e orientali, (…) lineari e tortuose. Un groviglio di identità diverse, ricondotte a unità.”

All’ascolto l’album mostra la tipica stratificazione delle composizioni alla quale Betti ci ha abituato da sempre: brani composti pensando alle peculiarità di chi poi li avrebbe suonati, partiture che si diramano in diverse direzioni evidenziando timbri e colori di chi le esegue per poi confluire in marcate linee ritmiche o melodiche. L’ascolto è una gioia che si ripete, sempre con fragranze nuove, ad ogni passaggio nel lettore.

L’amore e la complicità per la letteratura viene rimarcato anche nei titoli di alcuni brani:  “Listen for the Sea-Surge” richiama un verso di Ezra Pound , mentre Souriante èpanouie ravie”è una citazione da Prevert. Our Nostos, Oltre il confine”, propone un percorso sonoro che supera ogni definizione musicale,e che ha fatto da titolo alla esibizione dell’orchestra a Milano, solo due giorni fa al Teatro No’hma Teresa Pomodoro. Un concerto dell’orchestra di Betti è di per sé evento cosi’ raro che è imperdibile. Peccato per noi non milanesi, ma in soccorso viene YouTube con la ripresa integrale del concerto che ovviamente vi propongo.

Chiudo la recensione con il caldo invito all’ascolto e all’acquisto dell’album: l’orchestra di Betti oggigiorno, con quella di Maria Schneider e forse poche altre, riesce ad avere un prodotto finale di valori molto superiore alla cifra dei singoli. La differenza la fa lui, e allora, lunga vita al maestro Dino Betti !

DINO BETTI VAN DER NOOT
The silence of the broken lute
Audissea, ADA 015
2021

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