Sei corde, tutto compreso.

Arrivano praticamente in contemporanea sul mercato due lavori per chitarra elettrica solista, a nome di altrettanti protagonisti della scena jazz più avventurosa e contigua ai territori del rock non canonico. “New spells” (Relative pitch) della giovane chitarrista di Miami Ava Mendoza, musicista eclettica ed inquieta che oscilla fra il punk di Mike Watt e del proprio trio Unnatural ways al jazz di James Brandon Lewis, Matana Roberts, Matt Mitchell, Jon Irabagon, William Parker, e componente di progetti trasversalmente folli come quello di Sean Noonan già raccontato qui . “Forfolks” (Nonesuch) di Jeff Parker , più maturo ex componente dei destabilizzatori post rock Tortoise , quindi fondatore con Rob Mazurek del Chicago Underground trio ed al fianco di jazzisti come Joshua Redman, Brian Blade, Joey DeFrancesco e Jason Moran. Se il suono dei due dischi non potrebbe essere più distante, grumoso e distorto quello della Mendoza, gentilmente acustico e folky quello di Parker, l’attitudine jazz c’entra in entrambi i casi: nella propensione ad improvvisare, a mescolare i linguaggi, a modellare strutture non convenzionali, a sperimentare, spesso con l’ausilio dell’elettronica. Parker poi esplicitamente cita Thelonius Monk nella cover di “Ugly beauty”, proposta in una veste che parte canonica e poi si estende nel gioco dei riverberi della chitarra.

Tornando a “New spells“, in cinque pezzi e meno di quaranta minuti, Ava concentra la sua identità di solista, costruita fra le distorsioni, il feedback ed il continuo alternarsi di piccole cellule melodiche che sfociano in progressioni apocalittiche (“Sun gun” e “New ghosts“, i due brani autografi), le sovrapposte geometrie allucinate di “Ampulex compressa” a firma del bassista Devin Hoff, i serrati fraseggi ed i muri di feedback di “Apart from” composta da un altro bassista, Trevor Dunn , riservando all’ultimo brano “Don’t look”, opera di John Dikeman, la parte più astratta del lavoro, che si segnala per il rigore e la fedeltà ad una immaginaria linea che collega il Neil Young elettrico a Fred Frith.

Qualora intendiate seguire la sequenza proposta da questo articolo, dopo l’ascolto impegnativo della Mendoza, ricaverete immediato giovamento dalle gentili note e dai loops di Jeff Parker, il quale sembra rivolto ad una dimensione nella quale convivono elementi tradizionali ed uno sguardo al futuro. Emblematica “Four folks” che si avvia su una melodia di sapore folk per poi sospendersi in un limbo elettronico che accoglie scampoli di improvvisazione. Il brano di Monk fa il paio, sul fronte delle riletture canoniche, con “My ideal” un traditional del 1930 scritto da Richard A. Whiting e Newell Chase per il film “Playboys in Paris” ed intrepretato da Bing Crosby, Frank Sinatra e Chet Baker, mentre “Suffolk” ed “Excess success“, sul versante opposto, dilatano, in una dimensione estesa, brevi frasi della chitarra in iterative strutture solcate da numerosi rivoli sonori, in forma di parti soliste o cellule ritmiche autonome. Completano il lavoro le intermittenze di “Flour of fur” che sbocciano in un lungo ed espressivo solo finale di chitarra, e gli arpeggi della conclusiva “La jetée” preludio ad un passo a due della chitarra con se stessa.

Un vero distillatore di note, Jeff Parker, uno che sa costruire strutture articolate partendo da piccoli elementi, come spiega Matthew Lux nelle note di copertina :”In questo disco dobbiamo lasciare da parte i nostri preconcetti circa ciò che sta sullo sfondo o in primo piano. Piuttosto che accompagnamenti, melodie o parti soliste qui c’è uno sviluppo unitario del suono e tutti gli strati hanno pari dignità. Spesso un album solista diventa il pretesto per mettere in mostra il proprio virtuosisimo, dato che il musicista è libero di esprimersi senza vincoli di relazione con altri compagni. Ma una carriera (quella di Parker) spesa nella pratica della sottrazione e della sottigliezza non poteva che portare a questi risultati .”

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