Un saluto al macellaio del jazz

Apprendere che un musicista che abbiamo seguito negli anni, e magari perso un pò di vista, se n’è andato, è un pò come perdere un amico, uno che attraverso la sua vita ed arte, la musica e le parole arrivate a noi in un particolare momento della nostra esistenza, ci ha lasciato un segno importante, indicato una via che ora siamo portati a percorrere a ritroso per ritrovare i motivi di quel legame. Mi è successo così con Pat Fish (vero nome Patrick Guy Sibley Huntrods e nome d’arte The Jazz Butcher) di cui ho appreso la scomparsa, avvenuta il 5 ottobre 2021 per un attacco cardiaco a soli 64 anni, soltanto in questi giorni, in coincidenza con la pubblicazione dell’album postumo “The highest in the land” (tapete records).

Chiedo venia ai redattori ed ai lettori di Tdj se, per una volta, approfitto di questo spazio per parlare di un artista che non appartiene al mondo del jazz, a cui lo lega solo la ragione sociale, scelta non certo per dileggio quanto per auto ironica riverenza, e qualche accenno musicale sparso qua e là lungo il suo lungo percorso di cantautore indie britannico, partito nei primi anni ottanta , in piena epoca new wave, con la pubblicazione dell’album “In bath of bacon” , proseguito con altri tre lavori per l’etichetta Glass records (“A scandal in Bohemia” il più conosciuto) e quindi collocato sui binari più consolidati di una fra le etichette indie rock più influenti del periodo, la Creation di Alan McGee, per altri sette album.

Pat Fish era un autore ed interprete dotato di una vena leggera ed ironica, un artista in grado di confezionare piccole perle pop condite del più graffiante humour british, un artigiano che non ha mai rincorso nè ottenuto vasto successo, ma ha continuato a raccontare le sue piccole/grandi storie di vita dal suo angolo di Northampton, in compagnia di un manipolo di amici musicisti, tra i quali il compagno della prima ora Max Eider, recuperato nel corso degli anni dopo una rottura, oppure da solo con la propria chitarra, birra e sigarette sempre a portata di mano, come testimoniano le sessioni casalinghe (Fishly mansion) pubblicate sul suo sito in epoca pandemica, formato spesso forzatamente praticato anche negli ultimi tour. Avrebbe voluto essere John Cale, gli piaceva Syd Barret, e, da parte mia, l’ho sempre collocato nella schiera dei grandi songwriters eccentrici d’Inghilterra, vicino a nomi come Robyn Hitchcock e Paul Roland, anche se ognuno ha poi le sue specificità. Quelle di The Jazz Butcher erano, a detta di chi lo ha conosciuto di persona , un entusiasmo inarrestabile, un grande senso della costruzione musicale che gli consentiva “di portare le canzoni dove voleva“, e quell’aria di sarcastico distacco nutrita da frequentazioni culturali, letterarie, musicali e cinematografiche, con la quale raccontava le vicende umane fino ad ironizzare persino sulla propria fine. Era tornato sulle scene nel 2012 dopo un decennio di silenzio con un album prodotto in crowdfunding, “The last of the gentlemen adventurers“, che sembra una definizione perfetta per la sua figura. Ascoltando il disco postumo, una raccolta significativa del suo artigianato artistico che si apre con un brano animato da vivace swing, ascoltabile sotto, la mente è andata a quella pila di suoi LP che ancora conservo, reliquie di un altro mondo che forse a pochi interesserà ripassare. Ma che restano un pezzo della mia storia, e, credo, di almeno qualcun altro.

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