CARTOLINE – Matteo Bortone NO LAND’S al Carambolage di Bolzano

È il nuovo quintetto di Matteo Bortone, quello che si è esibito lunedì 7 febbraio al Carambolage di Bolzano – “piccolo teatro” con una sua solida rassegna jazz a cura di Vittorio Albani, che fin dagli anni ’90 ha portato anche in questa città quasi di confine, apparentemente lontana da rotte nazionali e internazionali, proposte ora audaci ora consolidate, ma sempre all’insegna della ricerca e della creatività, per il piacere tanto di uno zoccolo duro di jazzofili, quanto di ascoltatori interessati all’uno o all’altro artista che qui ha suonato nel corso del tempo, da Myra Melford a Franco D’Andrea, da Arto Lindsay a Jessica Lurie, da Jamie Branch a Francesco Bearzatti, solo per citarne alcuni.

No Land’s, questo il nome del quintetto franco-italiano di Bortone – nato nel 2019 come ampliamento di “Travellers”, formazione a cui il bassista pugliese aveva dato vita già nel 2008, grazie anche alle sue frequentazioni musicali oltralpe –, che vede, accanto a Francesco Diodati (chitarra elettrica), Ariel Tessier alla batteria e Julienne Pontvianne (sax tenore, clarinetto), anche la partecipazione di Yannick Lestra alle tastiere, ad ampliare i territori acustici ed elettrici/elettronici in cui si muove con agio il gruppo. Gruppo coeso – lo si percepisce lungo tutto l’arco del concerto –, in cui non mancano certo i contributi solistici, ma che privilegia il suono collettivo: suono ora rarefatto e dilatato, ora incline ad un certo rock sperimentale, ora solidamente radicato nella tradizione jazz, evocata o allusa in episodi più riconoscibilmente melodici.

Ed è un percorso in crescendo, quello che i No Land’s propongono dal vivo, costruito su alcuni brani dal loro recente primo album (No Land’s, 2020, Auand, con Antonin Tri-Hoang al sax alto, non presente a Bolzano) e che culmina in un “Future/Past” aggressivo e veloce, a suggellare un’intesa col pubblico costruita con pazienza, e sempre, anche nei momenti più muscolari, nel segno del rispetto, quasi una ritrosia, un senso di stupore interiore verso una musica che dalla scrittura, prevalentemente del leader, passa al qui-e-ora del dialogo all’interno del gruppo e con gli ascoltatori. Un fluttuare tra i suoni con una leggerezza intrinseca che non è affatto scontata nel jazz, tanto più se – come nel caso di questa formazione che ha ricevuto il plauso dalla critica nazionale e oltreoceano, in cui si fa riferimento a echi minimalisti, progressive-rock, Pink Floyd e psichedelia, pop ed elettronica – ci si muove con agilità tra stilemi di generi molto diversi tra loro, e li si accosta amalgamandoli in una proposta originale che testimonia, una volta di più, le innumerevoli declinazioni che il jazz contemporaneo può oggi accogliere al proprio interno.

Le foto b/n sono di Evita Polidoro.

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