Baba Sissoko – Griot jazz

Un progetto che intreccia la tradizione musicale africana con il jazz, propiziato dall’immaginazione di un musicista rock. Ce n’era abbastanza per stimolare la curiosità e scoprire i protagonisti dell’avventura, a partire da Damon Albarn, ex leader del gruppo britannico Blur ed innamorato dell’Africa, il quale allestisce nel 2020 (repliche previste per l’anno in corso) un’ intera opera musicale «Le Vol du Boli», dedicata alla storia della cultura musicale del Mali e del Congo attraverso una narrazione su libretto di Abderrahmane Sissako e Charles Castella. La performance va in scena al Teatro di Châtelet di Parigi e prevede la partecipazione di diversi musicisti africani come la cantante Fatoumata Diawara, e, fra gli altri, i percussionisti Baba Sissoko , Lansiné Kouyaté e Madou Sidiki Diabate, esperto di kora. I tre suonano sempre insieme, tutti i giorni, sia prima delle prove che durante le pause dello spettacolo, e dopo un mese Sissoko si ritrova abbastanza materiale da registrare prima che ciascuno torni a casa propria, rispettivamente in Italia, Francia ed Africa. Si decide quindi di prenotare lo studio di registrazione di un amico musicista francese, il tastierista Jean–Philippe Rykiel, già collaboratore di Jon Hassel e Leonard Cohen, ma molto vicino a musicisti africani come Salif Keita e Youssou N’Dour, il quale, ascoltandoli provare, sente il desiderio di sedersi al piano e suonare con loro. Le sue tastiere sembrano integrarsi alla perfezione con la musica del trio, tanto che gli viene chiesto di aggiungersi al gruppo. Proprio questo elemento è la carta distintiva di “Griot jazz” (Caligola records), un disco che nei mesi scorsi ha attirato l’attenzione di appassionati e scalato le classifiche specializzate in world music. Il pianoforte e le tastiere elettriche di Rykiel completano una formazione composta esclusivamente da strumenti tradizionali ed acustici, i tamburi di Sissoko (ngoni, tama), il balafon, una sorta di vibrafono, di Kouyatè, e la kora di Diabate. Ma, a parte l’originale abbinamento strumentale, è l’energia travolgente scaturita dagli ipnotici riff elementari ed il grande senso di libertà delle composizioni che conquista fin dal primo ascolto di “Griot jazz“, un disco registrato in una sola giornata, come fosse un concerto. Inizia con un trittico di grande impatto, i ritmi in levare di “Sini ka dia“, la title track che sfoggia un lungo solo al pianoforte sul tappeto ritmico creato dalla kora e dal balafon, ed, a seguire, un altro riff mozzafiato con “Dala Manka“, dove compare anche la voce di Sissoko, Si prosegue di per altre dodici tracce, alternando gli intrecci ritmico armonici di episodi più rilassati come “Angafoli” o “Gherena“, la fusione fra melodie del Mail e suoni occidentali (“Griot groove“, “Uyaye“), ed una serie di dediche a personaggi di rilievo della cultura e dell’arte in Africa nelle quali il fitto tappeto strumentale ospita lo schema ricorrente del call and response fa la voce solista ed il coro : “Kamissoko” il nome africano di Albarn, “il guerriero della musica”, “Mamela” dedicata alla coreografa Mamela Nyamza, che Rykiel arricchisce di un solo integrato in modo naturale, “Dorcy“, per Dorcy Rugamba, con il pianoforte che prende il ruolo della kora nella definizione del riff e poi prosegue in parallelo alla iterativa scansione ritmica, su coordinate jazzistiche, “Castella” omaggio al regista Charles Castella, il cui finale, sull’intreccio tra fender, legni e corde africane ospita i ringraziamenti, proprio come in un concerto. E in “Fatoumata” e “Abderrahmane” la convivenza fra tradizione ed attualità, la kora e lo ngoni accanto ai synths, lascia intravvedere, in questo che i suoi creatori definiscono “un gioco di musica, di melodie, di confidenze“, spiragli di musica nuova.

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