Attenti a quei due (Arcadie dal downtown).

ANTHONY COLEMAN AND BRIAN CHASE – “Arcades” – Chaikin Records

Supporti disponibili: CD / LP / Digital Download

In tempi dissennati come questi che attraversiamo il richiamo delle Arcadie si fa potente nelle sensibilità che faticano a trovare un timing decente, alle prese con un presente svilente, disadorno e spietato. Non si tratta solo di sognare con un fiore in bocca le atmosfere bucoliche di un bel tempo che mai fu, e tanto meno di scappare al logorio della vita moderna, in “Arcades” questi due artisti, due outsider di spessore che arrivano da ambienti e tradizioni assai diverse, sembrano voler dare un nuovo senso alla propria arte, mettendola al riparo già nella sua costruzione, che è istantanea, come nella migliore tradizione dell’improvvisazione radicale.

I due aruspici che scrutano per un’ora nelle nere viscere della musica per cavarne direzioni e indicazioni sommarie rispondono ai nomi di Anthony Coleman, compositore e pianista classe ’55, esponente di rilievo della Radical Jewish Culture, ascrivibile alla scena avant-garde newyorkese, messosi in luce ovviamente nella Tzadik zorniana e che negli anni si è poi dedicato a lavori d’acuta brillantezza, da Jelly Roll Morton a Cecil Taylor, e che dall’imperdibile, a parere di chi scrive, “Sephardic Tinge (’95) in avanti ha distillato opere in cui convivono jazz avanzato, musica contemporanea, klezmer ed elementi della tradizione ebraica sefardita, e di Brian Chase, drummer 44enne dalla lunga militanza con gli Yeah Yeah Yeahs, ma già capace di riuscite incursioni in ambito avanguardistico, con Mary Halvorson per esempio, entrambi di stanza nella New York che sa ancora, come nessun altro luogo al mondo, incrociare i destini e mescolare gli stili, esplorando continuamente passato e futuro.

“Arcades” ha una sua voce potente, il dialogo improvvisato tra i due, suddiviso in 5 episodi, appare ricco e spezzato, a tratti mesmerico, carico di allusioni nei suoi silenzi improvvisi, nelle invocazioni, negli accenni di trenodie lontane al piano che la batteria sottolinea, o se ne fa sedurre, oppure spazza via. Se da Anthony Coleman è legittimo attendersi grandi cose in questo angusto ambito risulta una sorpresa molto positiva Brian Chase che si è immerso con sapienza ed umiltà nel dialogo di cui sopra, esibendo un drumming fantasioso, dalle figure ricche di sfumature, con tempi cangianti e adesione totale al fluire colemaniano, a tratti decisamente impetuoso.

Disco dal rigore quasi religioso, che naturalmente richiede un certo grado d’attenzione nell’ascolto, ma lo reclama in modo naturale, senza che vi sia alcuna concessione all’ego. Attenti a quei due.

(courtesy of AudioReview)

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