Se tutto va bene siamo rovinati

Ogni tanto mi piace riprendere vecchi numeri di Musica Jazz e sfogliarli alla ricerca di interviste, recensioni e/o argomenti ancora attuali. E’ un vezzo, ma d’altronde avere intere annate di una rivista e poi tenerle inutilizzate in libreria o peggio,in cantina, non è molto logico.  E cosi’ mi è capitato di rileggere l’editoriale di Filippo Bianchi, direttore del magazine, del dicembre 2011. Non sto a riportarne il sunto, lo ha fatto per me Gerlando Gatto, che a suo tempo, rispose a Bianchi con un lungo articolo sul suo sito web A Proposito di Jazz:

L’articolo parte dalla giusta considerazione che, nel nostro Paese, la meritocrazia non viene rispettata e che si affida la “selezione dei ruoli dirigenti, pubblici e privati, ad appartenenze politiche e lobbystiche, raccomandazioni, familismo, tangenti”. E come non concordare su un’analisi del genere a patto che non si faccia, poi, la solita distinzione tra quelli duri e puri e gli altri tutta una massa di imbroglioni.

Ma andiamo oltre; si dice, ancora giustamente, che il jazz è inclusivo non potendo prevedere altra discriminante che la qualità della musica. Di qui la tesi secondo cui il mondo del jazz fa eccezione rispetto al quadro descritto in precedenza. Ciò perché:

a) il pubblico è competente;

b) nel jazz sono più numerosi che altrove i centri decisionali;

c)il jazz non attribuisce molta importanza ai grandi media.

Le controdeduzioni di Gatto:

A mio avviso la situazione del jazz italiano vive attualmente una situazione di quasi blocco o se volete di oligopolio. E mi spiego meglio. Oggi il panorama vede un solo artista capace di focalizzare l’attenzione dei media (come se fosse l’unico jazzista valido) e potenzialmente impegnato 365 giorni l’anno; sullo stesso livello, per quanto riguarda i concerti, un altro musicista che però non riceve eguale attenzione mediatica; questi due artisti sono in grado di mobilitare masse consistenti di denaro, forse troppo consistenti vista la crisi che attraversiamo.

Solo mezzo gradino più sotto, un altro artista che, solo volesse, potrebbe anch’egli suonare ogni sera. Dietro questi tre, una decina di musicisti che continuano ad esibirsi con buona regolarità (spesso più all’estero che nel nostro Paese).

Per il resto una pletora di buoni se non ottimi jazzisti che tirano alla meno peggio dimenticati da organizzatori, gestori di clubs, radio e televisioni. Per dirla ancora più chiaramente, se pochissimi musicisti consumano quasi tutta la torta di finanziamenti in qualche modo riservati al jazz, è chiaro che per gli altri restano solo le briciole.

Mi si potrebbe obiettare: ma i tre cui ci si riferisce sono in assoluto i più bravi del panorama. E qui casca l’asino dal momento che credo nessuno possa fare un’affermazione del genere.

Seconda obiezione: è il mercato che decide! Tesi più che lecita purché la si porti avanti con la dovuta coerenza: non capisco perché per un comparto artistico come la musica debba decidere il mercato, e poi quando si parla di economia il mercato diventa il diavolo, il nemico numero uno… ecco un po’ di coerenza in più non guasterebbe.

Quanto alla competenza del pubblico, mi permetto di nutrire qualche dubbio quando vedo che i concerti (sic) di Allevi continuano a registrare il tutto esaurito.

Sono passati ormai undici anni da allora ma, nella sostanza, si può affermare che ben poco è cambiato, tanto che il titolo del post non può che essere ironico e allusivo, anche se il film in questione è tutt’altro che memorabile. Gerlando Gatto non fa nessun nome, ma possiamo tranquillamente affermare che .si tratta degli stessi, ma, a peggiorare la situazione, c’è stata una evidente impasse della qualità dei cartelloni dei grandi festival, dove il ricambio è  pressochè inesistente ed i nomi sono sempre gli stessi da tanto, troppo tempo.

Certamente l’affermazione che il pubblico del jazz è competente è più un desiderio che un dato oggettivo: basta scorrere le classifiche di vendita degli album o frequentare qualsiasi festival jazz per rendersi conto della realtà, e cioè che  le migliori proposte musicali sono solitamente quelle che attraggono meno pubblico e, viceversa, le più scontate e risapute fanno il pieno.

Ma andando ancora più a fondo, basterebbe interrogarsi sul successo nel nostro paese di artisti pur invitati ai festival più importanti, che però con la musica jazz hanno solo qualche lontana parentela, per verificare che competenza e conoscenza sono aspetti marginali, indipendentemente dal valore del musicista. Il successo è decretato da un pubblico che fa tendenza per moda, per conformismo culturale, per ascolti da sottofondo ad aperitivi mondani, ignorando del tutto l’aspetto fondamentale, e cioè la musica, ed in questo rinnegando lo spirito ed i valori che hanno sempre animato la musica afro-americana.

Mi sento poi di rovesciare l’affermazione che “il jazz non attribuisce molta importanza ai grandi media”, semmai è vero il contrario, basta leggere quotidiani o ascoltare radio e canali televisivi, dove spesso e volentieri si parla di festival jazz solo per inneggiare al divo rock o al cantante che vi si esibisce, trascurando coloro che invece dovrebbero esserne i protagonisti..

E non fa affatto fede il numero cospicuo di festival estivi che ogni anno animano le piazze del nostro paese: anche li spesso si annidiano scelte artistiche opinabili, mortificanti per lo sconfinamento nel pop,  o peggio,  inquinate dal voto di scambio,  interessi di bottega che non fanno altro che disorientare il potenziale pubblico già confuso da una informazione pressapochista e inadeguata.

Purtroppo la conclusione alla quale si arriva è che anche il mondo del jazz riflette il malessere del paese, le sue difficoltà e le sue contraddizioni, e se le potenzialità ( ed i talenti ) sono tante,  la situazione è tutt’altro che eccellente. E le nuvole nerissime della crisi economica e politica incipiente non fanno che accumulare incertezze sul futuro di una musica di qualità ma inevitabilmente anche di nicchia

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