Avram Fefer Quartet- “Juba Lee” (Clean feed)

Il lavoro è una sorta di compendio della carriera e delle propensioni di Fefer, musicista che vanta collaborazioni prolungate con Archie Shepp e David Murray, concerti con i Last Poets, partecipazioni a produzioni off Broadway ed alleva, insieme a questo gruppo giunto alla seconda prova dopo “Testimony” del 2019, , altre creature come la band jazztronica Rivers on Mars e quella funk Big Picture Holiday.

Seconda prova per il quartetto del sassofonista statunitense Avram Fefer, con Marc Ribot alla chitarra, Eric Revis al contrabbasso e Chad Taylor alla batteria, ed ecco un nuovo disco da tenere presente nelle playlist di fine anno.

Tensione ritmica costante, una girandola di varianti tematiche nell’idioma del post bop e del free assicurate da un gioco di squadraben rodato, con la chitarra oriunda di Ribot che contende al sax del leader la leadership o si accoppia ad esso in dinamici unisoni. Ed infine una marcata propensione a sviluppare la musica sull’istinto del momento, arricchendo “Juba Lee ” di numerosi momenti di improvvisazione senza badare al confine fra jazz e rock.

Il lavoro è una sorta di compendio della carriera e delle propensioni di Fefer, musicista che vanta collaborazioni prolungate con Archie Shepp e David Murray, concerti con i Last Poets, partecipazioni a produzioni off Broadway ed alleva, insieme al quartetto, giunto alla seconda prova dopo “Testament” del 2019, ed estensione dell’originale trio senza Ribot, altre creature come la band jazztronica Rivers of Mars o quella funk jazz Pig Picture Holiday.

Si parte dall’avvolgente ed iterativo fraseggio post bop di “Showtime“, un brano di sicuro effetto che mette in mostra le peculiarità del leader, più attento a dirigere e dispensare stimoli funzionali al risultato collettivo, che al proprio ruolo di solista. Si prosegue sul medesimo eccellente livello con la notturna e misteriosa “Bedouin dream“, che incorpora l’Africa in una melodia avvolgente e ricca di sorprese come una passeggiata fra le dune, e con la scatenata “Sky lake” sostenuta dal possente beat di Revis, un tema scandito all’unisono da cui si dipartono le parti soliste di Fefer e di Ribot

La title track, con il suo tagliente ed innodico tema mi ricorda le avventure di “Song X” dove Pat Metheny coronava il sogno di un duetto con uno dei suoi insospettabili ispiratori, Ornette Coleman: la scena sonora è saturata dai dialoghi liberi della chitarra e del sax ospitati su un agitato sfondo ritmico. Su versante affine, sebbene in forma di declamazione distesa, “Love is in the air”, che vede protagonisti del tumultuoso background i tamburi di Taylor. Altrove si cavalcano le onde di uno spumeggiante calypso alla Sonny Rollins, “Brother Ibrahim” , o si improvvisa sul tappeto swingante di “Gemini time”, adagiata su un ritmo elastico e swingante.

Il disco si chiude nel segno dell’improvvisazione: con un taglio marcatamente rock quella di “Say you’re sorry“in gran parte affidata alla slabbrata e bluesy chitarra di Ribot, e con i soliloqui jazz /world di “Sweet fifteen“, unico momento di relativa calma, protagonisti clarino e chitarra acustica, un brano dedicato a Greg Tate, scrittore e musicista fondatore della Black rock coalition e del collettivo Burnt Sugar, scomparso alla fine del 2021.

Bello quando il jazz è così: sempre ribollente, aspro o dolce, capace di cambiare pelle ad ogni brano.

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