L’ALTRA UMBRIA JAZZ – GIOVANI LEONI

1973 :La spartana locandina della prima, mitica edizione di Umbria Jazz: dalla grafica alla sostanza molta acqua è passata sotto i ponti (occhio ai dettagli)

Anche quest’anno il vostro Infiltrato Speciale non ha mancato l’appuntamento con la ‘sua’ Umbria Jazz: e cioè niente Arena Santa Giuliana con le sue folle di fan, solo Teatro Morlacchi e Sala Podiani della Galleria Nazionale dell’Umbria.

Ed a parte la qualità e la pertinenza delle proposte lì programmate, mi ha molto stupito e confortato il ritrovarmi tra un ‘popolo del jazz’ che si sobbarca i 30 gradi celtius del Morlacchi di pomeriggio e le sei rampe di scale del Palazzo dei Priori per ascoltare musiche per niente compiacenti o ‘di tendenza’. E l’età media non è verde, il che rende ancora più significativo il sacrificio e la determinazione: meriterebbero qualcosa di più, la vera Umbria Jazz sono loro (anche sotto il profilo economico….).

Il mio programma di quest’anno era molto fitto, quasi tutti i giorni due concerti tra mezzogiorno (Sala Podiani) e primo e secondo pomeriggio (Teatro Morlacchi). Nell’Umbria Jazz carbonara quest’anno si registrava una singolare prevalenza di pianisti, in solo ed in trio, che ha offerto un interessante panoramica dello stato dell’arte di questo strumento nel jazz contemporaneo.

In questo quadro spiccavano per la loro diversità due appuntamenti, che aprivano la mia selezione: due gruppi guidati da leader giovani, ma già di gran mestiere ed autorevolezza.

Joel Ross in azione

Joel Ross ha portato a Perugia un quartetto dove oltre al fido Jeremy Dutton alla batteria, figuravano due nuove entrate: Luca Alemanno al basso acustico e Tyler Bullock al piano. Che non si trattasse di una ‘working band’ d’occasione lo si è capito subito dalle prime battute: del resto i jazzmen americani tengono molto all’occasione perugina nonostante le collocazioni periferiche loro riservate, per loro il mito di UJ vive ancora.

Immediatamente si nota che Ross suona con soli due mallets invece dei soliti quattro: dettaglio che preannunzia uno stile più essenziale e d’impatto, lontano dalla complessità armonica e timbrica di altre occasioni. Ed infatti ci troviamo di fronte ad un Joel ‘blood and guts’ che ci propone una musica più muscolare e soprattutto profondamente imbevuta di blues. In questo magnificamente coadiuvato da un sorprendente Bullock, pianista di grande slancio, anch’egli con uno stile essenziale ed attestato solitamente sulle ottave centrali della tsstiera. Anche qui blues tinge in abbondanza, ampi spazi solistici concessi. Una scoperta da approfondire e seguire attentamente.

Tyler Bullock, ne sentiremo parlare, di sicuro

Anche il basso di Alemanno è perfettamente integrato nel sound di gruppo, solido, nitido e con bella cavata scura: il leader tiene a lui e dopo un breve conciliabolo lo lancia in un notevole assolo. Dutton si conferma il fedele compagno di sempre, con un drumming duttile e sottile, intervallato da più netti ed energici interventi solistici.

Il 26enne Ross si rivela ancora una volta leader naturale di mano decisa e sicura. Il flusso ininterrotto del concerto è scandito da brevi frammenti tematici annunziati dal vibrafono che segnalano al gruppo delle nette virate di bordo, uniche tracce di articolazione di una scaletta appena abbozzata; rimane impressa la citazione di un frammento monkiano, solo sul finire del concerto emerge in modo più distinto ed articolato un intenso ‘After the Rain’ coltraniano, degno epilogo di un concerto concentrato ed entusiasmante. Ancora una volta Joel ci lascia piacevolmente spiazzati, chiaramente la sua attitudine innovativa continua a guadagnare dalle sue molte apparizioni da sideman negli ambiti più diversi, una lezione di di modestia e professionismo che dovrebbe esser attentamente seguita anche dalle nostre parti.

Ahimè, nessuna clip della formazione di Perugia, ma questa è di pochi mesi fa…

Vicini nella vita, come sul palco, quasi due ‘vite parallele’ del jazz contemporaneo, quelle di Ross e di Immanuel Wilkins, che segue a ruota l’amico alla Sala Podiani.

Al contrario di Ross, Wilkins punta sul suo sperimentato quartetto, reduce dai tre intensi album live al Village Vanguard, un angusto seminterrato che ancor oggi è la via d’accesso al gotha della scena jazzistica mondiale: alla batteria Kavyion Gordon, al basso Ryoma Takenaga, al piano Micah Thomas

Nel più concentrato formato concertistico il quartetto punta su qualche elemento di insolita varietà come un’iniziale rarefatta ouverture affidata all’elettronica abilmente manovrata da Thomas, che dispone anche di un Rhodes. Poi il sax alto del leader da il segnale del ritorno ad una struttura in cui sia pure a maglie larghe riemergono sfilacciati nuclei tematici. Un Wilkins più fluido e discorsivo del solito rinuncia a mettersi davanti al gruppo, fondendosi in un suono collettivo ben amalgamato.

Sotto quella pensilina sei veramente arrivato….

Nel flusso continuo e serrato emergono però gli interventi del brillante Micah, che introducono momenti di tersa, intensa astrazione. Purtroppo il suo fitto lavoro di anticonvenzionale accompagnamento non è premiato dall’acustica assorbente della Sala Podiani con il suo altissimo soffitttto a cassettoni del 14mo secolo. Thomas si rifà comunque negli ampi spazi solistici riservatigli da un leader acuto nel valorizzare i talenti.

La ritmica di Kawenaga e Gordon fornisce la fluida e continua propulsione che alimenta l’ inarrestabile continuum che assorbe buona parte del set. Peraltro la band non rinuncia ad climax finale in cui emerge nettamente ‘Charanam’, un brano che se il panorama radiofonico italiano non fosse il deserto che è sarebbe un autentico hit che andrebbe a ripetizione.  

L’accaldato jazz people della Podiani tributa anche a Wilkins la stessa ovazione riservata a Ross:  anche qui un leader di mano sicura e di esperienza straordinaria a confronto con la giovane età, ma a mio avviso forse meno carismatico e protagonista dell’amico e compagno di strada. My five cents, come sempre. Milton56

Ed eccolo qui ‘Charanam’, ben 18 minuti al Village Vanguard. Occhio allo straordinario Micah Thomas

 

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