Addio a René Urtreger, “Le Roi René” del jazz francese


Se n’è andato venerdì 17 luglio 2026, a Mortagne-au-Perche, nell’Orne, all’età di 92 anni. Con lui scompare uno degli ultimi testimoni viventi dell’epoca d’oro del jazz parigino, l’uomo che i suoi colleghi avevano soprannominato, con affetto, “Le Roi René” — l’ultimo grande pianista francese ad aver realmente condiviso il palco con le leggende americane del bebop, non solo ad averle ammirate da lontano.


Urtreger era nato a Parigi il 6 luglio 1934, in una famiglia ebrea di origine polacca, e la sua infanzia porta già i segni di una storia più grande di lui: sfuggì per un soffio ai rastrellamenti della Seconda Guerra Mondiale rifugiandosi nel centro della Francia, dove per la prima volta si avvicinò al pianoforte, studiando classica. Ma fu solo alla Liberazione che scoccò la vera scintilla, quella che gli avrebbe cambiato la vita: il jazz. Aveva iniziato a suonare a quattro anni, proseguendo poi al conservatorio con maestri come Marguerite Long e Jean Doyen, ma il repertorio classico gli andò presto stretto, e lo abbandonò giovanissimo per inseguire quel suono nuovo che arrivava dall’America.
Fu un autodidatta di genio, dal tocco di un’eleganza rara, e già nei primi anni Cinquanta si fece un nome nei club fumosi di Saint-Germain-des-Prés, diventando uno dei pionieri del bebop in Europa. È lì, al Club Saint-Germain, che la sua storia si intreccia con quella dei più grandi: accompagnò Miles Davis, Lester Young, Chet Baker, Stan Getz, Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, Ben Webster, in un’epoca in cui Parigi era diventata una seconda casa per i solisti americani in tournée.
Il momento che lo consegnò alla storia arrivò nel 1957, quando Miles Davis lo volle per la colonna sonora di “Ascenseur pour l’échafaud” di Louis Malle: una sessione notturna, quasi interamente improvvisata, senza spartiti, guardando le immagini del film proiettate in sala. Ne nacque un capolavoro assoluto della storia del jazz, e Urtreger vi ebbe un ruolo centrale, anche se lui stesso, per anni, avrebbe raccontato di essersi sentito quella notte più uno strumento al servizio della visione di Miles che un vero protagonista.
Il suo modo di suonare veniva spesso avvicinato a quello di Bud Powell, ma sarebbe ingiusto ridurlo a un semplice erede: nel suo tocco si sentiva piuttosto l’eco di Charlie Parker, trasferita sui tasti con un suono denso, mai banale, sempre attraversato dallo swing. Fondò con Bobby Jaspar, Pierre Michelot e Barney Wilen uno dei gruppi più importanti del jazz europeo di quegli anni, e più tardi diede vita al trio HUM!, insieme al batterista Daniel Humair e allo stesso Michelot — un sodalizio che resta tra i più amati dagli appassionati.
La sua carriera non fu però un percorso lineare. Negli anni Sessanta si allontanò a sorpresa dal jazz, mettendo per un lungo periodo il suo talento al servizio della canzone francese, come accompagnatore di cantanti di varietà. Non fu però un addio definitivo: tornò al jazz nel 1977, sia come solista che in piccole formazioni, suonando con musicisti come Lee Konitz, Aldo Romano ed Eric Le Lann, ritrovando quel pubblico che non lo aveva mai davvero dimenticato.
Con la scomparsa di René Urtreger si chiude una delle ultime pagine ancora vive del jazz parigino del dopoguerra — quello dei club di Saint-Germain dove l’Europa, notte dopo notte, imparava il bebop da chi lo stava inventando dall’altra parte dell’oceano.

Nella foto di copertina:

Kenny Clarke, Barney Wilen, René Urtreger and Pierre Michelot during the 1st Paris Jazz Festival, France, 1980.
Photo by Guy Le Querrec.

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