L’ALTRA UMBRIA JAZZ – IL PALCO COME CATTEDRA?

Da un certo momento in poi, Umbria Jazz ha commissionato i suoi manifesti ad artisti di vaglia, spesso con risultati molto notevoli. Mi sbaglierò, ma qui mi sembra di vedere addirittura lo zampino di Mimmo Rotella...

Il vostro Infiltrato Speciale già vi ha segnalato la straordinaria abbondanza di proposte pianistiche dell’Umbria Jazz clandestina (che al Teatro Morlacchi ed alla Sala Podiani ha fatto registrare un + 38% di biglietti venduti, giusto per chiarire le idee a quelli che parlano di musica solo con la calcolatrice alla mano).

Ma due di questi sets sono stati del tutto particolari, non solo per la statura dei musicisti coinvolti (entrambi in solo), ma anche per il legame quantomai speciale creatosi tra i due concerti. Una coincidenza casuale? Dubito.. Una tacita sfida a distanza? Potrebbe anche essere… Un dialogo consapevole favorito dalle circostanze? Su questo mi sento di sbilanciarmi, del resto Ethan Iverson ha assistito dalle prime file al concerto di Jason Moran al Teatro Morlacchi. Un’altra bella abitudine che dovremmo importare dalle nostre parti, quella di due musicisti di riconosciuta fama e di gran livello che si ascoltano l’un l’altro.

Jason Moran, un ‘affabultore seduttivo

Cominciamo da Moran. Il rovente Morlacchi delle 17:30  è zeppo sino al loggione. Il programma  tace sul tema del concerto, ma i Jazz People sono lì sospinti da un desiderio. E quando un rilassato Jason annunzia che Duke Ellington sarà l’assoluto protagonista del set esplode un’ovazione liberatoria e preventiva.

E’ solo l’inizio di un affascinante concerto – conversazione di oltre 75 minuti, durante il quale lato platea non volerà una mosca.

Moran non è solo un pianista superlativo, ma anche un intellettuale a tutto tondo capace di conservare e riproporre i caposaldi della tradizione afroamericana facendoli risuonare nell’oggi. L’anno scorso a Torino lo abbiamo visto al centro di un complesso progetto su Jim Europe ed i suoi Harlem Hellfighters, quest’anno ha appena licenziato in tutta solitudine un album tutto dedicato a Duke (lo trovate solo su BandCamp qui). Non ha caso l’uomo MAGA inviato da Trump ad epurare il Kennedy Center (uno dei più grandi centri culturali statunitensi) non ha avuto dubbi sulla prima testa da tagliare: quella del direttore del Dipartimento Jazz. Jason, appunto: un paradossale riconoscimento che vale dieci Grammy, almeno per noi.

Raramente l’Ellington di Moran è quello più celebrato, molto più spesso vengono proposti brani poco frequentati. Il nostro non è retorico celebratore della grandezza del più classico dei classici afroamericani: Jason si immerge nelle più profonde fondamenta del Duke pianista, “l’uomo che ci ha insegnato a giocare una mano contro l’altra”, come ci spiega il fascinoso affabulatore Jason (che tradisce vistosamente una lunga esperienza di cattedre, di quelle che ti devi conquistare di fronte a platee di studenti che pagano rette da decine di migliaia di dollari).

Moran mette al servizio di questa vera spedizione speleologica al centro del pianeta Ellington le sue straordinarie risorse tecniche di pianista (“ questa è la mia casa”, ci dice accarezzando l’imponente Steinway Gran Coda). Anzi, si può dire che Jason letteralmente ricrei lo strumento con continue manipolazioni, soprattutto del suo volume (le manovre sui coperchi).

Un ‘Black and Tan Fantasy” che si sente di rado….Dal vivo al SFJ di S.Francisco, speriamo che non epurino pure questo

Assistiamo ad un alternarsi di sfavillanti e multicolori passaggi orchestrali e di momenti di scurissima, tellurica energia che strappa allo strumento prolungate ed intense risonanze del tutto inedite. Non solo: ma viene sfruttata abilmente l’intera acustica del vasto Morlacchi, prontamente diagnosticata: “… a very specific sound. No lies on this stage…” sorride Jason, che suona in acustico puro (altra particolarità non da poco). Insomma, ci siamo trovati di fronte ad un’esperienza di quello che io chiamo il ‘pianoforte totale’: quello che ti fa dubitare dell’utilità e del senso di tanta elettronica con cui si traffica oggi. Particolarmente quando non sono in campo le strepitose risorse tecniche e la ricchezza di idee di Moran.

Ad un certo punto della sua seduttiva conversazione con il pubblico assorto, Jason arriva a quello che per lui è un punto cruciale: “Duke ha suonato con molti grandi musicisti, ma nella sua vita c’è un prima ed un dopo Billy Strayhorn”. Ed a questo punto l’ incessante e lucida decostruzione di brani ellingtoniani lascia il posto ad una breve collana di songs di Strayhorn, trattati con grande delicatezza ed attenzione ai sottili colori, qui niente vertiginosi salti di dinamica e di ritmo che avrebbero fatto saltare sulla sedia un Mingus.

 L’entusiamo trattenuto durante le didattiche pause di Jason esplode finalmente in chiusura, standing ovation con bis strappato alla rigida e cronometrica gestione del palco: “The Single Petal of a Rose’, dedicato da Duke ad Elisabetta II d’Inghilterra. Ethan prende nota dal suo posto delle prime file…..

Ethan Iverson, un filologo appassionato

Il Professor Iverson ha stile diverso da Moran: più intellettualmente lucido ed affilato, come dimostra l’impegnativa ed anticonvenzionale scelta di accostare James P. Johnson e Coltrane, vivamente sconsigliata da vari amici musicisti. “Quantomeno fai un primo set dedicato a Johnson ed il secondo a Trane… pensa solo alle difficoltà tecniche di passare dall’uno all’altro… ”. Punto sul vivo, Ethan ha naturalmente scelto di alternare le sue versioni di piano solo di due musicisti lontanissimi tra loro, ma che forse nei primi anni ’50 si sono incrociati nella 52^ Strada, senza conoscersi. “Le straordinarie sincronie del jazz….”, nota Iverson.  

L’ha aspettata per più di cinquant’anni, ma quantomeno non è banale….

Ci viene spiegato che Johnson, “terzo grande pianista del jazz delle origini, capostipite di quello newyorkese”, è morto talmente dimenticato che solo pochi anni fa la sua tomba è stata identificata con una lapide acquistata con un concerto fundraising intitolato ‘The Last Rent Party’ (sic!). E soprattutto non ha lasciato dietro di sé un  qualsivoglia spartito:  di qui il tentativo di Iverson di strapparlo all’oblio con laboriose trascrizioni dai  dischi.

‘Carolina Shout’, l’originale….

Il rischio di una rigorosa, ma un po’ arida operazione filologica è brillantemente evitato: le riletture di Ethan sono lucide e trasparenti, ma non vanno perduti il brio e la verve degli  originali.

..e la rilettura – trascrizione di Iverson. Notare il box Mosaic in bella vista…

Anche trasportare Trane sulla tastiera è impresa non da poco: ma l’erudito Iverson ci giura che esiste in Rete un breve bootleg di John che si diletta al piano durante una pausa in un bar, gli crediamo sulla parola.

Le riscritture di Ethan esordiscono sempre con dense e scure introduzioni, che poi cedono d’improvviso alla luminosa rivelazione dei temi. Si attinge al repertorio del primo Coltraane leader: ‘Blue Train’, ‘Lazy Bird’, ‘After the Rain’. Ed infine ‘Spiritual’  da ‘The Gentle Side of John Coltrane”: “Il mio primo Trane, quello che non si dimentica mai.. e qual’e il vostro?’ ci interroga Ethan: bella domanda a cui rispondere.

Anche le fascinose rilettiure di Iverson suonano fortemente contrastate, ma meno telluriche dell’Ellington di Moran. Lo slancio estatico è sfumato, ma viene pienamente rivelata la densa ed ardita logica strutturale. In modo meno eclatante di Moran brillano anche qui prodezze tecniche del piano come ‘strumento totale’: lo spettro di Jason aleggia in sala anche grazie a varie citazioni dense di ammirazione.

Anche qui un pubblico attento e concentrato strappa ben due bis: e l’ultimo è anche qui “The Single Petal of a Rose”…. Guarda caso ;-). Pressati da uno staff un poco assillante si esce in cerca di aria  con la sensazione di aver assistito ad un implicito duetto, quasi un duello in punta di fioretto che ci rivela la profondità e la vitalità di questa musica. Se è stato un caso, certamente si è trattato di uno di quelli più felici. Milton56

In assenza del Coltrane di Ethan, ‘accontentiamoci’ dell’originale. ‘After the Rain’ ha risuonato più volte in questa Umbria Jazz…..

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