“Gianni Cazzola sta volando più in alto del cielo, ieri sera mentre suonava al Gemia Swing Club di Busto Arsizio si è accasciato sulla batteria.”
Tullio De Piscopo
C’è un suono che, in oltre sessant’anni di storia del jazz italiano, è rimasto riconoscibile tra mille: quello dei piatti e dei rullanti di Gianni Cazzola. Nato il 9 maggio 1938 a San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, Cazzola è stato una delle figure più prolifiche e amate della scena jazzistica del nostro Paese, un musicista che ha attraversato decenni di musica senza mai perdere lo swing.
La passione per la batteria nasce presto, quasi per contagio familiare: è il fratello Lino a mettergli in mano le prime bacchette, quando Gianni ha appena quattordici anni. Da lì in avanti tutto accelera: le prime esibizioni con musicisti locali, l’ascolto vorace dei grandi batteristi americani, e nel 1957, a soli diciannove anni, l’ingresso nella formazione del chitarrista Franco Cerri — un debutto professionale che segna l’inizio di una carriera lunghissima.
L’anno seguente arriva la svolta che lo consacra tra i protagonisti del jazz italiano: entra a far parte del quintetto Basso-Valdambrini, accanto al sassofonista Gianni Basso e al trombettista Oscar Valdambrini, insieme a Renato Sellani al pianoforte e Giorgio Azzolini al contrabbasso — la formazione simbolo del jazz milanese di quegli anni. È proprio in quel periodo, suonando regolarmente alla Taverna Messicana di Milano, uno dei primi locali italiani interamente dedicati al jazz, che Cazzola ha l’occasione di incrociare bacchette e sguardi con leggende come Billie Holiday, Duke Ellington, Count Basie e Stan Getz. Nel 1958 arriva anche il primo incontro con Chet Baker, con cui suonerà più volte, dalla Bussola di Viareggio alla stessa Taverna Messicana.
Da lì la carriera di Cazzola si trasforma in un catalogo vivente dei grandi nomi del jazz internazionale. Come sideman e collaboratore ha suonato, tra gli altri, con Johnny Griffin, Charlie Mariano, Art Farmer, Don Byas, Joe Venuti, Gerry Mulligan, Phil Woods, Ray Brown, Clark Terry, Tommy Flanagan, Sarah Vaughan, Benny Golson, Steve Lacy, Steve Grossman e Tom Harrell , un elenco che basterebbe da solo a raccontare mezzo secolo di jazz. In ambito italiano, il suo nome si intreccia con quelli di Giorgio Gaslini, Franco D’Andrea, Enrico Intra e Guido Manusardi, mentre non sono mancate incursioni nella musica leggera, come le sue collaborazioni con l’orchestra di Pino Presti al fianco di Mina, in brani entrati nella storia della canzone italiana come Grande, grande, grande.

Cazzola non è stato solo un instancabile sideman, ma anche un leader capace di dare vita a progetti propri: nel 1988 fonda l’Italian Repertory Quartet, nel 1992 il Nuovo Sestetto Italiano, e nel 2000 un quintetto di matrice hard bop pensato come omaggio al suo idolo dichiarato, Art “Buhaina” Blakey — un tributo che culminerà anni dopo nell’album Blakey Legacy. Ha inoltre portato la sua arte in giro per il mondo, da New York a San Francisco, dall’India alla Polonia, passando per Africa, Canada e Jugoslavia, e nel 1993 ha rappresentato l’Italia a Umbria Jazz per il circuito radiofonico europeo.
Accanto all’attività concertistica e discografica, Cazzola ha dedicato energie anche alla trasmissione del proprio sapere, insegnando nei corsi di jazz del Conservatorio di Milano e tenendo clinic e masterclass per le nuove generazioni di batteristi. Ancora nel 2017, a quasi ottant’anni, saliva sul palco di Umbria Jazz alla guida di un sestetto per un omaggio a Fats Waller , la dimostrazione più bella di come, per lui, il tempo si misuri in battute e non in candeline.
Swing, precisione, generosità nell’accompagnare i solisti e un’inconfondibile eleganza nel tocco: sono questi gli ingredienti che hanno reso Gianni Cazzola un pezzo vivo della storia del jazz italiano, un musicista che ha saputo essere ponte tra le grandi tradizioni americane e la scena nostrana, senza mai smettere di ascoltare, imparare e, soprattutto , suonare.
