Rock Bottom, il paradosso della leggerezza


Il 26 luglio 1974 la Virgin Records pubblicava un disco che, cinquant’anni dopo, continua a non somigliare a nient’altro. Rock Bottom di Robert Wyatt non è un album rock, non è un album jazz, non è nemmeno del tutto quello che si intende per “progressive” nonostante l’ex batterista dei Soft Machine arrivasse proprio da quella temperie. È un oggetto sonoro a sé, uno di quei rari casi in cui un disco non si limita a stare dentro la storia della musica: la riscrive, tracciando un confine tra un prima e un dopo.

Per capire Rock Bottom bisogna partire da un fatto che non è aneddoto ma sostanza: il primo giugno 1973, durante una festa, Robert Wyatt cade da una finestra al quarto piano. Sopravvive, ma resta paralizzato dalla vita in giù. Ha ventott’anni ed è il batterista-cantante più visionario della scena di Canterbury, quella costellazione di gruppi , Soft Machine, Caravan, Gong , che negli anni Sessanta e Settanta aveva provato a far dialogare la psichedelia con il jazz colto e la canzone pop.


La tentazione, per chiunque racconti questa storia, è trasformarla in una parabola di redenzione attraverso la sofferenza. Wyatt stesso ha sempre rifiutato questa lettura. Buona parte del materiale di Rock Bottom esisteva già, in forma di abbozzi, prima dell’incidente: l’opera non nasce dalla tragedia, la attraversa. Ed è proprio questo scarto , un disco concepito nella leggerezza e portato a termine nella condizione più drammatica immaginabile , a dargli quella qualità sospesa, onirica, che nessun’altra opera del periodo possiede.

Ascoltare oggi Rock Bottom significa rendersi conto di quanto fosse, e resti, inclassificabile. Ci sono il basso ipnotico e le tessiture jazzistiche di Hugh Hopper e Richard Sinclair, la viola e il pianoforte spigolosi di Fred Frith, l’armonium onirico e le voci nonsense di Ivor Cutler, la tromba libera del sudafricano Mongezi Feza , musicista esule, morto tragicamente l’anno successivo, la cui presenza aggiunge al disco un’ombra ulteriore. Alla produzione, sorprendentemente, c’è Nick Mason dei Pink Floyd, che lascia che il suono respiri invece di irrigidirlo.


Ma il vero elemento che rende Rock Bottom un capitolo a parte è la voce di Wyatt: fragile, acuta, quasi infantile, capace di cantare con la stessa naturalezza una filastrocca assurda e un lamento straziante. In “Sea Song”, il brano che apre il disco ed è dedicato alla compagna (poi moglie) Alfreda Benge, quella voce diventa un organismo mutevole, che scivola tra le note come l’acqua evocata dal testo. Non c’è nulla, in quegli anni, che suoni così.

Robert e Alfreda



Ciò che sorprende, riascoltando l’album mezzo secolo dopo, è quanto poco ceda alla retorica del dramma. Rock Bottom è un disco pieno di umorismo, di ninne nanne inventate, di parole senza senso pronunciate con la serietà di un rito. Wyatt trasforma la propria condizione non in un lamento ma in un nuovo linguaggio, in cui la vulnerabilità diventa una forma di libertà espressiva invece che di vittimismo. È forse questa la sua lezione più duratura: la musica come luogo dove la fragilità non ha bisogno di essere nascosta né spettacolarizzata.

L’influenza di Rock Bottom non si misura in vendite ma in genealogie. Generazioni di musicisti che si muovono ai margini del pop , da Björk a Thom Yorke, passando per buona parte della scena post-rock e per artisti italiani che hanno fatto della canzone d’autore un terreno sperimentale , hanno riconosciuto in quel disco un modello: la possibilità di scrivere canzoni “vere”, con struttura e melodia, senza rinunciare all’astrazione e alla ricerca timbrica. Wyatt ha aperto una terza via tra la canzone e l’avanguardia, dimostrando che le due cose non sono nemiche.
Non è un caso che critici e riviste specializzate, negli anni, abbiano più volte inserito Rock Bottom tra gli album fondamentali della musica del secondo Novecento, accostandolo non tanto ad altri dischi rock quanto a opere che si muovono per conto proprio, fuori da ogni scaffale.



Cinquant’anni dopo la sua uscita, Rock Bottom continua a resistere a ogni tentativo di archiviazione facile. Non invecchia perché non è mai appartenuto a una moda: è nato già fuori tempo, sospeso tra la fine di un’epoca (quella del progressive inglese più visionario) e l’inizio di qualcosa che ancora oggi non ha un nome preciso. È un disco che parla di caduta e di rinascita senza mai nominarle esplicitamente, che trasforma il dolore in gioco e il gioco in verità.
Per questo Rock Bottom non va semplicemente ascoltato: va attraversato, come si attraversa un sogno di cui si ricordano i dettagli ma non la logica. E per questo, mezzo secolo dopo, resta una pietra miliare , anzi, “militare” nel senso più bello del termine: un avamposto, piantato in un territorio musicale che nessuno ha ancora davvero colonizzato.

Brian Eno e Robert Wyatt



Rabbrividisco nel pensare a come avrebbero potuto essere gli ultimi decenni senza il commento continuo e non allineato offerto dalla musica e dai testi di Wyatt ( e quando parliamo dei suoi testi e dei disegni delle copertine ovviamente dobbiamo riferirci anche ad Alfie). Una volta Robert ha detto che non aveva obiezioni a che le canzoni non avessero senso, perché quando ne hanno, il più delle volte si tratta di un  senso che a lui non piace. Per quanto riguarda le sue canzoni, possono essere sghembe, certamente; a volte eccentriche. Ma per me hanno un senso migliore rispetto alla maggior parte delle cose che succedono oggi nel mondo . Sempre più, Wyatt suona come la voce del buonsenso. Canzoni savie per tempi folli. Non c’è da stupirsi che io, e innumerevoli altri, ne sia stato ispirato e sollevato per così tanto tempo e che gliene sia grato per sempre.
Jonathan Coe

1 Comment

  1. Non è facile descrivere questo album, la sua bellezza è direttamente proporzionale alla sua complessità. Sono i suoni e i sospiri di un uomo distrutto nel fisico, ma spiritualmente integro come pochi. Wyatt ritrova se stesso e l’inizio di una nuova vita proprio quando stava per perderla.Rock Bottom è un fascio di luce radioso che entra dalle finestre dell’anima per esaltare l’imperscrutabile grandiosità della vita. Un destino oltraggioso a causa dell’autolesionismo ha spezzato il talento tecnico del miglior batterista del Regno Unito, ma, di conto, proprio questa condizione l’ha trasformato in un musicista completo e un poeta che non teme confronti. 

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