Un altro Dylan in jazz, col groove di “Jackson Plays Dylan”

JAVON JACKSON – “Jackson Plays Dylan” Palmetto – Supporti disponibili: CD

Non è mai semplice accostarsi al gigantesco repertorio di Bob Dylan e in ambito jazz ci sono già stati alcuni tentativi, raramente a fuoco, sebbene ricordiamo -per esempio- l’importante lavoro in itinere di Bill Frisell che nutre un’evidente adorazione per Dylan e lo evoca spesso. Javon Jackson riesce con questo lavoro in un operazione ad alto rischio, ovvero non delude nè i jazz-fan nè i dylaniani osservanti con un’operazione che, soprattutto, trasuda onestà di fondo, unita ad un groove trascinante.

In “Jackson Plays Dylan“, l’ex Jazz Messenger trasforma le ballate folk e le invettive rock in una greatest hits di meditazioni soul, pulsanti linfa vitale. Nelle interviste, come quella rilasciata a SFJAZZ / Backstage Bay Area, Jackson ha spiegato di non considerare Dylan semplicemente come un musicista folk o rock, ma come un poeta dell’immediatezza emotiva, della protesta e dell’umanesimo. Ha inserito l’opera di Dylan all’interno di un continuum artistico e culturale che unisce figure come Maya Angelou, Nikki Giovanni e i poeti hip-hop, identificando nella poesia il vero collante. Nelle interviste per podcast come Talk About Jazz Jackson ha parlato con profonda gratitudine della poetessa Nikki Giovanni, scomparsa a fine 2024. Ha rivelato che il progetto era nato per essere un lavoro a quattro mani: la Giovanni avrebbe dovuto scrivere nuove poesie in dialogo con i brani di Dylan e desiderava persino contattare Dylan di persona. La sua scomparsa ha modificato il progetto, trasformando il disco in una dedica intima a Nikki Giovanni, tramite musica da lei amatissima.

Venendo al cd ecco che la produzione, affidata a Palmetto Records, garantisce qualità sonora trasparente e audiofila tipica della label: il sax tenore di Jackson è quasi sempre in primo piano, con un timbro caldo e muscolare che sembra recitare per lunghi tratti i testi dylaniani. Accanto a lui, Jeremy Manasia alle tastiere è l’architetto del progetto, un tocco gospel che scalda a meraviglia brani come “Gotta Serve Somebody” o “Mr. Tambourine Man”. La ritmica formata da Isaac Levien (basso) e Ryan Sands (batteria, fratello del noto pianista Christian) si dimostra un motore solido e quadrato; tuttavia, la band appare a tratti fin troppo composta, un guizzo d’imprevedibilità in più non avrebbe certo guastato.

Due brani cantati: se Nicole Zuraitis offre una lettura cristallina di “Forever Young“, Lisa Fischer offre in “Gotta Serve Somebody” una performance rovente e dall’approccio diabolico, una preghiera di sottomissione spirituale che diventa un gioco di seduzione soul. In apertura brilla l’unico brano autografo, One for Bob Dylan“, un blues d’impianto hard bop in cui Jackson dichiara il suo amore per il menestrello di Duluth ritrovando la radice comune tra i due mondi. Nato come tributo alla scomparsa poetessa Nikki Giovanni, musa civile della poesia nera contemporanea, il disco si fa ponte tra epoche e linguaggi, in cui il jazz rispetta a fondo i testi, declamandoli come amati standards che parlano ancora alle nostre vite, ai nostri tempi. Chissà se l’enigmatico Bob,che ha annunciato nuove date italiane a Novembre per il suo tour infinito che coinvolgerà anche l’ottimo Julian Lage, sarà rimasto assorto a battere il piede a tempo col sax che incendia certe poesie lontane e immortali…

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.