Sta volgendo al termine il 2026, anno del centenario coltraniano. Il fervore di celebrazioni ed omaggi non poteva non vedere il vostro Impolitico in una posizione di appartato silenzio, ed alla fine anche di una certa stanchezza (che peraltro ho visto condivisa anche da un caro amico jazzofilo): che diamine, abbiamo pure una cattiva reputazione di guastafeste da mantenere, come i quattro lettori più fedeli ben sanno.
Premessa necessaria, a scanso di equivoci: il secondo disco di jazz dell’Impolitico tredicenne è stato ‘A Love Supreme’ che gli fece l’effetto di un fulmine entrato dalla finestra. Il 33 giri americano di allora è ormai una reliquia consunta.
E allora, da dove vengono scetticismo e disincanto? Cominciamo con il ridimensionare il mero fascino dei numeri: 100 anni sono un secolo, un’oceano di tempo specie se rapportati al tumultuoso ‘900. Quanto al jazz, poi, rappresentano praticamente l’intero arco della sua storia oggettivamente documentata. Ora, accostare questo tempo monumentale alla figura di Trane è già in qualche modo fuorviante: i suoi primi trent’anni sono trascorsi in un duro ed oscuro apprendistato, sia umano che artistico. Il suo periodo d’oro, di piena e travolgente maturazione e creatività è durato solo circa un decennio, dalla metà degli anni ’50 al 1966, ultimo anno creativo. Insomma, l’uomo di Hamlet è stato una meteora nel firmamento del jazz, abbagliante certo, ma non paragonabile ad altre grandi figure che hanno attraversato e talvolta dominato intere ere jazzistiche della durata di decenni. Un esempio (non casuale…): Sonny Rollins. E dall’estremo 1966 già ci separano ormai 60 anni…
“One Up, One Down – Live at The Half Note” è stata una delle più notevoli scoperte coltraniane postume. Qui il trascinante ‘Afro-Blue’
Comunque ben vengano i numeri tondi e pesanti se portano con sé un certo tripudio della stampa generalista, quella che normalmente non spende una parola sul jazz nemmeno a pagamento: certo molti di questi articoli erano spesso approssimativi, anche banalmente retorici, ma resta il fatto che un pubblico ampio e mediamente curioso avrà potuto almeno sentir parlare una volta di un gigante della musica del 20° secolo, altrimenti del tutto ignorato soprattutto nella nostra Italietta post-tutto.
Dubito però che lo stesso pubblico curioso abbia avuto altrettante occasioni di ascoltare anche solo qualche frammento della sua musica: i suoi brani quasi sempre superano la fatidica soglia dei 5 minuti, colonne d’ercole oltre le quali incombe l’ineluttabile interruzione pubblicitaria (che ormai ci allieta persino su Rai5 e RaiStoria, canali tematici che si era spergiurato che ne dovessero andare immuni…). I contenuti dei media ormai sono meri intervalli tra uno spot e l’altro.
Ma rientriamo ora nei confini più ristretti del mondo del jazz, in particolare di quello nostrano. Cosa ci lascia il centenario coltraniano? Certamente nessun tesoro discografico dissepolto: il campo degli inediti ormai è stato abbondantemente scavato e dissodato. I “Tiberi Tapes” di prossima uscita mi sembrano più che altro reperti da affidare a filologi dall’udito finissimo, simili agli excerpta parkeriani di Dean Benedetti, niente che possa coinvolgere e interessare un pubblico più ampio. Per fortuna negli anni scorsi sono emerse cose notevoli, che vedete ricordate qui tra un paragrafo e l’altro.
2018.Da uno scaffale della Impulse! riemerge dal lontano 1963 materiale per un intero album: alcuni brani non hanno nemmeno titolo, “Untitled orginal no…..”. Per fortuna c’è anche questa originale versione di ‘Impressions’, un cavallo di battaglia del quartetto
Certo ci sono stati omaggi in concerto, alcuni più felici, altri meno; qualche volta si è sentito un certo sapore di retorica che dovrebbe essere lontano dall’universo del jazz. Però mi sembra anche giusto ricordare che fuori da queste occasioni commemorative non capita poi così spesso di ascoltare brani di Trane: e sì che ci ha lasciato alle sue spalle un songbook abbastanza consistente, e per di più di brani fortemente caratterizzati e dal grande impatto emotivo.
Perché li risentiamo risuonare così raramente, specialmente dalle nostre parti? Una spiegazione può esser ricercata nel fatto che la musica di Coltrane è impregnata di un primato dell’espressione che mal si adatta ai nostri tempi. Tempi nei quali spesso ci si preoccupa più del ‘come dirlo’ che del ‘cosa dire”. Non è un caso che ogni volta che ascolto un brano di John, anche in modo occasionale e disimpegnato, immediatamente mi sento innalzato in un’altra dimensione, a confronto con una bellezza ed un’urgenza che si elevano ben al di sopra del nostro orizzonte odierno: ormai la sua musica rappresenta per me un vero tonico emotivo per evadere dal nostro oggi cupo e minaccioso.
Va notato infatti che l’opera coltraniana si inseriva in un quadro d’epoca che, pur tra aspre violenze e tensioni, era animato da una profonda spinta in avanti di cambiamento, di trasformazione: niente di più lontano dal nostro presente assoluto, dal nostro mondo ‘No alternative’, la cui pervasiva ideologia ha sottilmente penetrato anche il mondo di arti non conformiste come il jazz. Impensabile oggi quella tensione verso il trascendente che è il principale motivo di fascino della musica di Trane.
2019. Gli archivi Impulse! sembrano senza fondo. Arriva ‘Blue World’, dal quale scelgo questa take di ‘Village Blues”
Un’altra anomalia dell’eredità di Coltrane è senz’altro il fatto che, pur protesa verso il cambiamento e l’evoluzione continua, ci ha lasciato alle spalle molte opere compiute e ben concluse. Noi invece viviamo in un’epoca in cui in campo musicale assistiamo a un grande fervore di lavori in corso, che però partorisce prevalentemente i cosiddetti ‘progetti’, cioè degli abbozzi incompiuti, spesso disimpegnati e lasciati a metà per sviluppare altre linee e altre cose. Non sembra proprio di vedere la scommessa esistenziale assoluta che contraddistingueva ogni lavoro di Coltrane.
La prematura scomparsa di John gli ha risparmiato la vista di quel ‘coltranismo’, spesso insistito e di maniera, caratterizzato da una torrenzialità fine a sé stessa, che ha per un certo periodo allontanato dall’originale anche molti ascoltatori pure profondamente partecipi dello spirito del mondo coltraniano. Forse questa saturazione ad opera di epigoni può dar conto di una certa eclissi subita negli ultimi decenni dal sax tenore, prima strumento principe del jazz: va notato come molte figure più innovative e ed evolutive degli ultimi decenni si siano espresse con altri strumenti.
Questo rovente ‘Africa’, catturato dal vivo al Village Gate temo non lo sentirete mai in radio od in Tv (figurarsi….): sono 22 minuti. Con un Eric Dolphy, indimenticabile compagno di strada
Ed anche quando la tradizione sassofonistica ha ripreso vigore in tempi recenti va notato che molti dei suoi esponenti più robusti e originali sembrano ricollegarsi a tutta un’altra linea di discendenza rispetto a quella di Coltrane: non a caso la figura di Sonny Rollins è stata sempre più evocata in opere recenti e espressamente citata come influenza dominante da questi sassofonisti di punta del del nostro tempo.
Come vedete il titolo che ho scelto ha una piccola preposizione che pesa molto: avrei potuto scrivere “100 anni con Coltrane”, oppure “100 anni di Coltrane”. Invece ho voluto marcare quella che è la posizione del grande musicista di Hamlet rispetto ai nostri tempi, che è una posizione di lontananza e di distanza. Esser ‘di attualità’ in tempi cupi e privi di grandi prospettive non è una virtù: la figura di Coltrane è troppo ingombrante, troppo grande per i nostri tempi, sia nella cultura che nella musica. Eppure gli orrori quotidiani a cui assistiamo con sempre maggiore indifferenza richiederebbero chissà quante altre ‘Alabama’, proteste mute, ma inflessibili che hanno sfidato i decenni senza necessità di parole retoriche. E se John ci appare lontano all’orizzonte, ebbene non è problema suo, ma senz’altro solo nostro. Milton56
1963, Alabama. Un attentato del Klan incendia una chiesa: 4 bambine bruciano vive. Coltrane scrive questo brano, che, come ha notato un fine studioso, nella linea di sax segue l’intonazione del discorso tenuto nell’occasione da Martin Luther King. Qui in una rara versione dal vivo
