The Man goes (more) jazz

Cosa aspettarsi dal quarantesimo disco di Van Morrison, un artista di 73 anni che frequenta assiduamente il crocevia fra folk, soul, blues e jazz da oltre cinquanta, quanti separano l’esordio solista di “Astral weeks” da questo “The prophet speaks”? Assecondando il burbero e perentorio carattere dell’irlandese, e, soprattutto, apprezzata la qualità di quest’ultimo disco, vien da dire: semplicemente la migliore sintesi fra questi generi, esposta con felice equilibrio fra standards ed originali da un “vecchietto” che non ha perso un’oncia dello smalto giovanile, e sembra divertirsi come un pazzo a saltare dallo swing al jump, dal r’n’b a seducenti ballate in punta di hammond B3. Da quando poi, pochi mesi fa, The Man ha inaugurato una collaborazione con il quartetto dell’organista e Joey De Francesco, con Troy Roberts al basso, Dan Wilson alla chitarra e Michael Ode alla batteria, proseguendo nell’incredibile ritmo di due dischi all’anno, si è innalzata sensibilmente la componente jazz della musica, complici la tromba suonata da De Francesco, il sax tenore di Roberts e le sporadiche uscite soliste del cantante al sax alto.

cover
Come nel precedente “You’re driving me crazy”, sempre del 2018, la scaletta è divisa equamente fra covers ed originali: se sul primo disco spiccava in apertura una seducente versione di “Miss Otis regrets” di Cole Porter con uno splendido solo della tromba di De Francesco, seguito da interpretazioni di brani di “Eddie Cleanhead Vinson (la boppeggiante “Hold it right here”) , Eddie Jones, John Mercer ( “Travelin’light”), Titus Turner (una ritmicamente esuberante “Stick and stones”), sul nuovo lavoro, aperto da un altro tributo a Vinson, sono omaggiati alcuni degli eroi blues e soul del Nostro, da John Lee Hooker (“Dimples) a Willie Dixon (“I Love the Life I Live “) fino al Sam Cooke di “Laughin and Clownin” ed al Solomon Burke di “Gotta Get You Off My Mind” con la figlia Shana ai backing vocals. Il resto è costituito da sei originali perfettamente integrati nel clima festoso ed esuberante dell’incisione, con Van che non risparmia una buona dose dei suoi soliti giochi vocali (ascoltatelo come gigioneggia sul finale di “5 am Greenwich mean time” accompagnato dal walking bass di Roberts) ed il quartetto impeccabile nella costruzione di questo piccolo compendio di storia musicale americana, con i caldi toni dell’hammond , i fiati e la chitarra jazzy di Wilson spesso protagonisti di esemplari parti soliste funzionali al gioco d’insieme . Le mie preferenze vanno all’iniziale brano di Vinson “Gonna send you back to where i got you from”con un groove di fiati da big band, al doppio omaggio a J.D Harrris “Worried blues/Rollin’and tumblin’” giocato fra organo ed armonica su un tempo incalzante , alla ballad “Ain’t gonna moan no more” con  De Francesco che si alterna fra tromba ed organo ed un armonica inquieta fra i vocalizzi di Van, ed alla conclusiva “The prophet speaks”, che ha il passo delle canzoni epocali sottolineato dalla tromba in sordina.
Ma qui il gioco è prendere tutto o lasciare. Senza alcuna pietà né comprensione per chi, improvvidamente, scelga la seconda strada.

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