Jim Snidero – Project K (Savant)

JIM SNIDERO
Project-K
Savant / IRD
Supporti disponibili: CD

Che il californiano Jim Snidero stesse vivendo un momento di particolare grazia lo avevamo capito dal livello dei ultimi suoi lavori per la Savant, da Main Street a “MD66“, all’omaggio a Cannoball Adderley, una delle sue influenze stilistiche più marcate, in “Jubilation“, fino a Waves Of Calm del 2019, dove esibisce una classe ed una souplesse letteralmente magistrale alle prese con il delicato, e spesso assai superficialmente battuto, terreno minato delle “ballads”.

Del resto, fin dalla fine degli anni ’80 il nome di Snidero è stato coltivato e diffuso da una cricca di accoliti che, illuminati dai primi dischi da leader incisi per la meritoria Red Records (label milanese dal respiro internazionale che ha ricoperto un ruolo centrale nello sviluppo e nel radicamento del jazz in Italia), ne hanno poi seguito la carriera, del tutto coerente sia in veste da leader che da affermato sideman, uno strumentista dinamico, molto ricercato a New York dove risiede da decenni, a suo agio in contesti e formazioni affatto diversi, come la Mingus Big Band, le Orchestre di Toshiko Akiyoshi ed, al contempo, gli esplosivi ensemble del sommo Eddie Palmieri, rivelandosi, disco dopo disco, un sofisticato compositore. Andrebbe detto anche della brillante attività didattica che lo vede insegnare all’Indiana University (ma anche a Princeton!), e dei rigorosi studi jazzistici pubblicati in gran numero (qui ci illustra la sua ultima fatica,  “The Essence of The Blues“), ed a questo punto non possiamo che suggerire a chi volesse approfondirne la conoscenza una visita al sito ufficiale:  https://www.jimsnidero.com/

 “San Juan” (1992) – esempio palmare di efficacia compositiva.

Il “K-Project” uscito ad inizio 2020 vede invece il contraltista accostare una cultura apparentemente molto distante dai suoi estri, ovvero quella coreana (il K del titolo sta appunto per Korea) riportando alcuni elementi folklorici tipici di quella musica orientale all’interno del proprio mondo espressivo, che, manco a dirlo, resta squisitamente jazzistico, ma decisamente arricchito da una serie di “esplorazioni” che prendono vita nei brani di K-Project.

La Corea non è stata scelta puntando il dito a caso sul mappamondo, avere da vent’anni una moglie sudcoreana ha consentito al nostro di sviluppare un vasto reticolo di affetti, viaggi, conoscenze, ed esperienze di prima mano anche sul piano filosofico e culturale,  che trovano qui la loro sublimazione in musica. Per questa avventura orientale Snidero ha assemblato una vera e propria all-star-band: Orrin Evans al pianoforte (sodalizio che si rafforza disco dopo disco), Rudy Royston alla batteria e la contrabbassista cinese Linda Oh, cui si aggiunge la tromba di Dave Douglas in front-line e Do Yeon Kim, che apprendiamo essere un asso dello strumento tipico coreano gayageum, che appartiene all’allargata famiglia delle cetre orientali e che Snidero inserisce perfettamente nella band utilizzandolo spesso anche in funzione ritmica e creando un sound d’insieme moderno e suggestivo, come si apprezza nell’intro all’inquietante “DMZ” (acronimo che si riferisce alla Zona Demilitarizzata Coreana “il posto più spaventoso sulla terra”), uno dei vertici espressivi del disco, con una spettacolare minichase centrale con Douglas prima della ripresa del pianoforte. 

Il “gayageum” è a nostro avviso la spezia decisiva per la connotazione del K-Project e lo si apprezza particolarmente anche nel dialogo che il contralto dipana con la sezione ritmica in “Han O Bak Yun”, un brano ispirato ad un tradizionale coreano reso senza pianoforte e tromba, e posto significativamente in chiusura di disco, a mo’ di suggello.

Le otto composizioni che compongono il progetto non brillano per estrema originalità ma hanno in comune freschezza, tensione e brillantezza, Snidero come sempre non vende fumo, non cade in trance mistiche sbavando semicrome esauste sul primo fiore di loto, piuttosto opera di cesello sul materiale tematico restando sempre in pieno controllo, nel tentativo, riuscito, di far compenetrare due culture distanti attraverso la propria scrittura e i propri arrangiamenti. K-Project è comunque un lavoro di squadra in cui convivono il solismo inquieto di un Orrin Evans sempre in grado di marcare il territorio con raffinato senso ritmico, la dosata fluenza dell’eloquio del leader, l’inconfondibile timbro e l’inventiva di Dave Douglas, il gusto armonico e la ricchezza di accenti di Linda Oh, che forma con Royston una ritmica che mantiene sempre un alto livello d’energia, in un dialogo interno sostenuto ed ininterrotto.

La band, manco a dirlo, viaggia che è un piacere anche quando le rotte sono più canoniche, “Jenga” in questo caso è il classico terrific tune in quintetto che farà rizzare le orecchie agli amanti di un hard-bop che ha fatto dozzine di upgrade, ed in definitiva è giusto rilevare come non ci siano cadute di tono in tutto la durata del disco.

L’azzimata cricca di accoliti, diventati negli anni cinici lupi grigi attualmente in desolata quarantena, fa girare un messaggino/amuleto in codice per chi volesse prendersi un’ora di pausa dalle tragedie immani in corso: “Jim strikes again”. 

JIM

 

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