L’ Ultimo Spettacolo…..

E’ stato uno dei più bei film della New Hollywood anni ’70: Peter Bogdanovich ci racconta dell’ultima proiezione di un cinema in chiusura, che si porta via con sé anima e speranze di una small town texana, che sembra uscita da un quadro di Edward Hopper.

Mi è venuto alla mente nella serata di venerdì 23 ottobre, in una Milano resa già spettrale dall’attesa di certi, ma ancora indefiniti, provvedimenti restrittivi alla circolazione delle persone. Che tra l’altro si fondavano sulla valutazione di situazioni alquanto meno critiche di quella che corre qui: ma forse mi sbaglio, vista la serena pacatezza delle autorità locali, che peraltro mi rammentano alcuni ben noti personaggi manzoniani che ritenevo di essermi lasciato alle spalle nelle aule di liceo.

In un clima già teso e preoccupato, aveva preso il via l’edizione 2020 di JazzMi, sfidando mille incerti nonostante il cartellone fosse stato calibrato sul fattibile in termini di spostamenti internazionali. Un bel gesto di coraggio e di determinazione, che meriterebbe un qualche riconoscimento, visto che si parla di Ambrogino d’oro anche ai coniugi Ferragnez per un paio di posts…. Da milanese mi sento di dire questo: JazzMi non è un festival che si tiene a Milano, ormai è il jazz a Milano, tout court e senza troppi giri di frase. E’ una manifestazione pensata per portare sotto gli occhi di TUTTA la città, anche se per una manciata di giorni l’anno, una musica che in passato ha fatto parte della sua storia e della sua anima dei momenti migliori, e che da vari anni è stata di fatto tenacemente epurata dalla scena pubblica. Sobbarcandosi ad un’infinità di complicazioni organizzative e burocratiche, gestendo abilmente sterili particolarismi localistici, in questi anni ha portato il jazz in una moltitudine di siti diversi, toccando fasce di pubblico spesso mai raggiunte da questa musica. Ha un cartellone eterogeneo, e ci mancherebbe che non lo avesse, ma offre spazio a formazioni giovani e poco note, in passato ha offerto occasioni di incontro diretto con musicisti e critici, insostituibile poi la rassegna di documentari spesso presentati in prima (e spesso ultima) italiana. Ed anche volendo sottilizzare, offre delle occasioni di ascolto che aprono finestre sulle esperienze internazionali più avanzate, cosa che molto raramente accade altrove, e comunque mai più a Milano.

Dopo essersi destreggiata con improvvisi forfait venuti dai pochi musicisti stranieri invitati, ora anche JazzMi è stata ‘giustiziata’ dall’ultima ordinanza governativa, insieme a tutto il resto del mondo dello spettacolo e della cultura. Inutile far presente che venerdì sera al Teatro della Triennale (ex Teatro dell’Arte, quello dei debutti italiani dei gruppi di Miles Davis e di John Coltrane, per intenderci) si godeva di un ricircolo d’aria ottimale per la stagionatura del prosciutto di Parma, climatizzazione che si poteva semplicemente sognare nella quasi totalità degli ambienti lavorativi che ho frequentato nei miei ultimi anni passati ai piani alti del Terziario Avanzato… ma si sa, anche in epoca pandemica la salubrità dei siti lavorativi è un articolo di fede (forse perché se ne occupa direttamente lo Spirito Santo…). Temo che per gli organizzatori, che contano tra l’altro solo su una pattuglia di sponsor privati, si profili un bagno di sangue che potrebbe riflettersi anche sulla fattibilità di future edizioni, considerati anche gli strascichi delle cancellazioni nei rapporti con artisti, tecnici, siti ospitanti etc. Anche su questo mi auguro di sbagliarmi, ma temo si tratti di ottimismo della volontà. Del resto, è stato pianamente spiegato con brutale chiarezza: poco importa che teatri, cinema e sale da concerto non rappresentino seri rischi per la salute pubblica (al contrario di altre attività, ma quelle sono sostenute da lobbies ben più rumorose e talvolta anche armate…), l’importante è eliminare ogni motivazione che possa portare le persone ad uscire di casa al di fuori delle mere esigenze di sopravvivenza materiale. Bella prospettiva regressiva e distopica, da mettere in conto più che ad indubbie intemperanze e strafottenze di pochi (peraltro molto scarsamente rintuzzati e nemmeno decisamente stigmatizzati pubblicamente), ad una vera e propria Caporetto politica, tecnica e burocratica che questa sì ha nomi e cognomi, al contrario del fantascientifico incubo materializzatosi nella scorsa primavera. Sarò forse un tantino invelenito, ma mi sembra di assistere al trionfo postumo del ginnico camerata Achille Starace o del manesco Scelba del ‘culturame’.     

… clip artigianale, giusto per avere un’idea, il Trio ad Atina 2019

Ma ritorniamo ai frizzanti spazi della Triennale. Nessun problema di distanziamento, ahimè, perché, nonostante che sulla planimetria della biglietteria online la sala risultasse praticamente al completo, in effetti ci siamo ritrovati in una pattuglia di 30-40 persone ad ascoltare il trio di Franco D’Andrea, per me uno degli appuntamenti clou della rassegna, selezionato insieme ad altri tre. Defezioni dell’ultimo momento comprensibili, ma che fanno riflettere anche sulla stratificazione anagrafica del pubblico del jazz di qualità e di ricerca su cui l’amico Rob73 ragionava qualche giorno fa (“Quella sporca mezza dozzina”) : è questione che la sciagurata congiuntura sanitaria rischia di far incancrenire in maniera duratura (quasi non bastassero gli altri problemi).

L’audacia dei presenti è stata premiata da una serata di quelle da annotare sul calendario. Qualcuno avrà pensato che con un disco ancora fresco di stampa registrato in compagnia di Enrico Terragnoli alla chitarra ed elettroniche e Mirko Cislino alla tromba, non si sarebbe andati al di là di una riproposizione dei materiali raccolti nell’album, che anch’io avevo riascoltato in vista del concerto. Che invece è stato tutt’altro, spiacente per gli assenti, sia pur giustificati.

Lo ‘splendido ottantenne’ D’Andrea è uno che si può permettere il lusso di buttarsi alle spalle preoccupazioni di visibilità e di esposizione, che viceversa affliggono – e spesso in misura decisamente patologica – molti suoi famosi colleghi. La prima sorpresa riservataci è stata appunto quella dell’ampio spazio lasciato ai due compagni, che ha radicalmente cambiato l’assetto del trio rispetto alla prova discografica. L’elettronica, ma soprattutto la chitarra di Terragnoli sono quasi sempre risultate il vero baricentro di un fitto ordito di linee segnate da ritmi fortemente marcati, che non a caso si basavano su energici ed efficacissimi riffs del chitarrista, che con imprevedibili inflessioni rockeggianti e funkeggianti diventava l’instancabile propulsore di tutta la formazione. Se talvolta la tromba di Cislino si univa alla tessitura delle incontenibili e dinamiche progressioni del trio, in altri momenti, deposto l’arsenale di sordine impiegate con grande misura ed efficacia, faceva risuonare nella sua voce limpida e nel suo fraseggio nitido ed ampiamente disteso, quasi cantabile, l’eco della storia della musica afroamericana che costituisce componente genetica ed irrinunziabile della musica di D’Andrea. Non a caso uno dei momenti culminanti del concerto è stato una ‘Naima’ gradualmente sbozzata dal silenzio con una elaborata gestazione, ma che è sfociata in quell’estatico ‘sguardo al di là dell’orizzonte’ che è l’essenza intima della musica di Coltrane. Sarà anche uno standard da tempo caro al nostro pianista, ma si è trattato di un grande regalo che ha riscaldato ed illuminato una notte buia in molti sensi. In questo quadro caldo e solare, che si discostava molto da un filo di schematismo un po’ puntillista che si percepisce nell’album, gli interventi del leader hanno spiccato per la loro economia e funzionalità all’insieme, aggiungendovi ora una sfumatura di eleganza a tratti sottilmente ironica e nostalgica , ora altri aggrovigliati e guizzanti fili alla vibrante tela collettiva.

Saremo stati anche trenta, ma in chiusura siamo riusciti a fare del nostro peggio (in momenti come questi la compassata compostezza è quasi un crimine), conquistandoci un bis da venti e passa minuti che ha  pericolosamente avvicinato all’ora di coprifuoco il rientro a casa di D’Andrea (a quanto sembra arrivato in teatro a piedi…. la classe non è acqua, nemmeno in questo). Non appena rientrato nella cella domestica, ho avuto cura di preservare il ricordo di questa serata compiendo la solita operazione di igiene mentale: staccare la spina del televisore, ad evitare il Covid Factor permanente di virologi, Governatori e Podestà che non sfigurerebbero in una serie splatter di ambientazione medievale. Ci risentiamo per qualche cartolina un po’ ingiallita (giusto per ricordare un’estate un po’ più luminosa) e per il provvidenziale lancio di qualche scatoletta di musica registrata (per fortuna non mancano….). Milton56         

Sempre dal crepuscolo texano di Bogdanovich, un’immagine del nostro possibile domani amputato di quel che resta della Cultura condivisa insieme

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