David Binney – A Glimpse Of The Eternal

DAVID BINNEY – A Glimpse Of The Eternal – Criss Cross Supporti disponibili: CD

Ritorna alla casa madre Criss Cross il sassofonista contralto David Binney, che per questa rentreè per l’etichetta olandese aveva in un primo tempo pensato, per il suo trentesimo (!) album da leader, ad un repertorio assai canonico, di amate ballads in quartetto, à la Gene Ammons. Quando il nostro ha radunato in quartetto i fidati Craig Taborn, Dan Weiss ed Elvind Opsvik ecco che invece di flessuose linee melodiche vintage su assoli a giro ne è uscito un disco completamente diverso, di stretta contemporaneità, con ampie parti improvvisate ed una musica complessivamente di facile impatto ma dagli arcani risvolti, uno scorcio d’eternità sorprendente e fascinoso, in cui il pianista Taborn gioca un ruolo fondamentale, fin dalla prima nuova composizione di Binney, “Our Place”, un accorato mid-tempo in cui le peculiarità idiomatiche dei due paiono quasi sovrapporsi, o nei brevi bozzetti in pianoforte solo, fatto piuttosto raro nel disco di un sassofonista, per l’appunto intitolati “Craig” e “Craig 2” in cui convivono amorevolmente il Cecil Taylor più lirico ed il Chick Corea delle “Piano Improvisations”, giusto per sbilanciarci in qualche rischioso paragone sui generis.

Troviamo invece toni pastello e sole che rompe le nubi in “Blue Sky”, di Jan Garbarek, un pezzo limpido che ti arriva in testa fin dal primo ascolto, per poi continuare all’imbrunire con ”Nightfall” di Ralph Towner, uno dei punti più alti del disco, con l’incedere del trio e i rintocchi di piano e sezione ritmica a segnare un lungo assolo di coltraniana coerenza del leader, che fa ampio uso della respirazione circolare e di toni sovracuti per dardeggiare nella notte, gli fa seguito il nervoso ed avanzato assolo di Taborn dagli ieratici echi mediorientali prima della ripresa del tema e dell’indefinito finale. “Vibe Changer“, del leader, sarebbe potuto essere il titolo dell’intero disco, i cambi d’atmosfera repentini sono un marchio di fabbrica di questo sassofonista sessantenne di spettacolare coerenza creativa, attualmente residente a Los Angeles, dove segue i Dodgers e illumina la scena musicale più creativa, insegnando e girando il mondo col suo sax (lo abbiamo visto spesso anche con musicisti italiani), mantenendo sempre un sorridente understatement ed un’ironia sorniona sotto il berretto da baseball.

Dave”, con il contralto in perfetta solitudine, e “Group” sono stimolanti interludi che preparano il terreno alla latineggiante “The Cat And The Moon”, brano che, come “Ambivalence” arriva dalla prolifica vena compositiva di Vince Mendoza, ed alla title track, una breve, decontratta ballad binneyana dai tratti estatici , con continui cambi di tempo e in cui pianoforte e contralto lampeggiano all’unisono.

Il finale è un po’ “quel che avrebbe potuto essere e non è stato”, ovvero una versione micidiale, totalmente slegata dal resto del disco, di un lacrimoso standard degli anni ’40, “I Had The Craziest Dream”, reso con grazia, swing ed inappuntabile stile.

(Courtesy of AudioReview)

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