Il Duca, la sua Africa…- Togo Brava Suite / Duke Ellington Orchestra.

La “Togo Bravo Suite” è una pagina largamente dimenticata della discografia di Duke Ellington, senza ormai alcun dubbio al riguardo il più grande compositore americano di sempre, il cui contributo all’evoluzione del jazz risulta essere probabilmente il più elevato, anche sul piano dei rapporti tra la cultura musicale bianca e quella nera-americana, rapporti ambigui, certo, ma sintetizzati in capolavori assoluti, celebrati anche nei circoli accademici più importanti.

Qui siamo nel 1971, tre anni prima della dipartita del grande leader, l’Orchestra aveva perduto alcuni protagonisti leggendari, sostituendoli con jazzisti che subivano un pò il peso di una maglia pesante sulle spalle (se n’erano andati Johnny Hodges, Cat Anderson, Jimmy Hamilton…), inoltre era netta la sensazione che il meglio fosse già stato detto e che fosse la luce del passato più che quella del presente o del futuro a dare lustro e interesse all’inaffondabile Orchestra. Era una percezione, ora possiamo dirlo, che c’entrava poco con la qualità della musica, una visione miope dettata dai tempi, che non ha consentito di apprezzare nel dovuto modo questa ed altre pagine del repertorio tardo ellingtoniano, ricco di lavori significativi ed a loro modo moderni, anche ad un passo dal tramonto.

Si pensi, a conferma di ciò, che iniziavano anche alcune resistenze in campo discografico -la scena era infiammata dal free e dal pesante lascito coltraniano, oltre che rivoltata come un calzino dalla cosidetta “fase elettrica”-, tanto è vero che questa Suite è giunta fino a noi nella forma più nota su alcuni Live, tra cui il più famoso, in grado di vincere il Grammy Award 1972 quale miglior live per Big Band, è quello che documenta due serate in Inghilterra, a Bristol il 22 ottobre 1971, ed a Birmingham due giorni dopo.

Il francobollo celebrativo emesso dalla Repubblica del Togo testimonia il soggiorno dell’Orchestra durante una lunga turneè africana, durante la quale nacque appunto quest’opera, il cui modello riconosciuto potrebbe essere la ben più celebre “Liberian Suite“, e che mette in mostra la tipica vena impressionistica e sofisticata del Gran Narratore, rivelata in tutti gli episodi: da quello iniziale, melodicamente steso sulle sconfinate “spiagge d’argento” (flauto di Turney in bella evidenza), alla composta, potente evocazione delle foreste incontaminate, su cui prendono il volo le voci del sax baritono di Harry Carney e quella del sax tenore di Harold Ashby, fino alla deliziosa “Amour, Amour” che sintetizza al meglio la suite con momenti di suadente melodia, regalati proprio dal pianismo di Duke, oltre che a ritmiche concitate e ad un finale tutto giocato sul piano orchestrale con le numerose fratture percussive in bell’evidenza.

Montagne, laghi, strade, donne, ragazze carine, prospettive di città, tramonti, musicisti della band, un mare che apre il cuore e riflette il cielo, spiriti danzanti, vecchi amici… una geografia personale della terra fatta di suoni, colori, odori, presenze. Uno scrittore che -con naturalezza divina- si serva di suoni anzichè di parole, così era l’ultimo, meraviglioso Duke Ellington, una consapevolezza venata d’ingenua malinconia, un’arte leggermente dimessa, musica anacronistica allora e paradossalmente in timing oggi, ferita all’epoca anche per certe critiche e contestazioni del tutto ingiustificate. Qualche idiota tacciò addirittura Ellington, e di riflesso il suo borghese publico, di “fascismo” perchè non seguiva l’onda montante del periodo, ma qui il discorso si farebbe lungo ed ascoso, meglio lasciarlo tra le ributtanti cianfrusaglie ideologiche del passato (si spera del tutto).

Curiosamente esistono nella vasta e ramificata discografia ellingtoniana due album intitolati “Togo Brava Suite” ( e svariate riedizioni, per orientarsi: http://www.worldcat.org/title/togo-brava-suite/oclc/15875291/editions?referer=di&editionsView=true), la versione in studio pubblicata dalla danese Storyville contiene oltre alla suite alcuni brani celebri eseguiti a New York nello stesso perdido (tra cui Perdido, nella clip in calce) mentre quello dal vivo cui principalmente ci riferiamo in queste righe era stato pubblicato anche con un doppio LP sotto il nome The English Concerts(se ne trova in giro soprattutto l’edizione Blue Note del ’94) e non contiene solo la Togo Brava, nel programma sono infatti disseminati alcuni “classici” sui quali van spese giusto due righe: si tratta di capolavori assoluti, materiale tematico che l’Orchestra ha suonato mille e mille volte, ma che svolge con ardore e vigore (splendidi gli interventi di Carney, di Procope ne “La Plus Belle Africaine“), e ottima la versione di “Happy Reunion” , con uno degli ultimi camei di Paul Gonsalves, in un abbandono lirico anche qui decisamente emozionante. Pure gli altri estratti sono notevoli, e così in “Addi” si viaggia su un rythm ‘n blues movimentato dal cubano Harold Minerve, mentre in “Chekered Hat” stringe davvero il cuore l’omaggio a un grande orchestrale che è “andato avanti”, ovvero Johnny Hodges, evocato più che imitato da parte di Norris Turney, che fa drizzare le orecchie anche in “Soul Flute”, un semplice giro di blues, classe purissima a conclusione di concerto, mentre la gente si prepara a salutare questa band meravigliosa e con un certo rimpianto già controlla il cappotto e guarda verso l’uscita…

Perdido
I look for my heart
It’s perdido
I lost it way down in Torito
The day the fiesta started

1 Comment

  1. Il Duca non ha mai dimenticato la sua Africa e le sofferenze del suo popolo e, dopo “Black, Brown and Beige”, la “Togo Bravo Suite” è l’opera musicale che meglio ha raccontato il suo forte legame di sangue con essa, secondo me. Grazie per averla ricordata.

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