Circuiti e Valzer.

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Alla bella carrellata sui “Dischi Volanti” in arrivo, curata dal sodale Milton, mi permetto di aggiungere un paio di cd molto recenti che stazionano nei miei lettori cd con una certa pervicacia, e che possono essere presi in considerazione da jazzfans che, come il sottoscritto, ascoltano musica anche viaggiando in auto, tra una telefonata, un casello e un Camogli al volo. Acclarato che le radio italiane (e specialmente tutte) hanno abdicato da anni ad un minimo di decenza in fatto di scelte musicali, con delle playlist che possono indurre chi le ascolta a pensieri omicidi nei confronti dei conduttori (in derive a metà tra “Un Giorno di Ordinaria Follia” ed “Hellraiser”), possiamo quindi concentrarci sui vecchi cari supporti fonografici, anche perchè la musica liquida, in auto dotate di impianto decente, è meglio lasciarla nelle mani capaci dei cosiddetti “millenials” (uhm ho dato un’occhiata al genere, incrementandone pure la stirpe, e per me possiamo pure piantarla lì, credetemi).

Ordunque, per noi che ormai facciamo occhiolino anche alle ospiti più swing del vicino gerontocomio va benissimo concentrarci ancora su un album alla volta, possibilmente ascoltandolo per intero, un po’ come si faceva nello scorso millennio, quando aprendo il cellophane di certi cd avevamo già aumenti di salivazione, e quindi, dopo questa totalmente inutile dissertazione, passo a consigliare queste due incisioni.

Primo disco: Chris Potter, “Circuits”. Facile rimanere circuìti dai circùiti potteriani, le cui declinazioni elettriche hanno saldissime radici. Dopo un’inizio quasi bucolico (“Invocation”) il disco si dipana sviluppando tutto il proprio potenziale ad alto voltaggio, il feeling con Eric Harland, drummer impeccabile e fantasioso, e con il giovane tastierista James Francies produce continue scintille, Potter alterna soprano, tenore, clarinetto, fa un parco uso delle sovraincisioni ed azzecca alcune melodie (nel funk di “Hold It”, nell’africa di “Koutomè”) che entrano in testa con relativa facilità. Jazz fresco e carico di new groove, un mix che può positivamente sorprendere anche dei neofiti, in cui il magistero solistico di Potter si palesa ripetutamente, ed in cui l’aspetto ritmico appare del tutto predominante. Dopo i non esaltanti episodi in bianco/nero, targati manco a dirlo ECM, Potter sembra divertirsi un mondo, e noi con lui.

Secondo disco: Enrico Pieranunzi / Thomas Fonnesbæk “Live at Gustav’s”. Come spesso capita nei Jazz Festival le cose più interessanti nascono lontano dai grandi palchi, e bruciano velocemente senza troppi testimoni, in questo caso si tratta di una serata particolarmente ispirata in un piccolo bistrot nel centro di Copenaghen, dove la nostra gloria all’estero, riverito come si conviene, viene splendidamente registrato Live da un etichetta danese, la Stunt Records, con la quale lavora il bassista Fonnesbæk, un musicista che pare in procinto di ereditare l’immenso lascito del connazionale NHOP.

Non sarà un capolavoro della discografia del pianista romano, ma dalla romantica title-track alla tyneriana “First Impressions” scorre scintillante tutto il suo universo poetico, con la toccante ballad “Molto Ancora” (dedicata allo sfortunato collega Luca Flores) a brillare tra dissolvenze che ricordano proiezioni d’essai (“Come Rose dai Muri”) e suggestioni latine (“Miradas”) sapientemente risvoltate, e un Ravel che si palesa nel bistrot, mentre qualcuno di sicuro ordina sognante un’altra Faxe…

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