The language of the unknown

Questo film lo si trova da qualche anno su YouTube ma forse è bene riscoprirlo e segnalarlo ancora una volta. La musica ed i musicisti che presenta sono tra il meglio in assoluto che oggi è possibile ascoltare in area jazzistica.

“The Language of the Unknown” entra nell’universo di una delle ultime leggende viventi del sassofono jazz. La massima di Wayne Shorter è di reinventare la sua musica in ogni concerto sempre con una originalità radicale e assolutamente personale. Dopo il suo leggendario lavoro con i Jazz Messengers di Art Blakey, il secondo quintetto di Miles Davis e gli anni trascorsi con Joe Zawinul nei Weather Report, nel 2000 Wayne Shorter ha formato il  suo nuovo quartetto.

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“The six years I was with Miles, we never talked about music. We never had a rehearsal. How do you rehearse the unknown?” Wayne Shorter. 

Questo gruppo gli offre la libertà di reinventare ed esplorare sempre con freschezza ed innovazione la sua musica. Vede a lui affiancati i celebri solisti Brian Blade, John Patitucci e Danilo Pérez, non considerati come sidemen di lusso ma piuttosto come elementi paritetici di un organismo nuovo. Chiamano il loro metodo “Zero Gravity”, uno stato musicale originale che evocano sempre nell’interazione e che è la base dei loro viaggi esplorativi in ​​nuovi territori musicali.

“The Language of the Unknown” accompagna il grande sassofonista e la sua band nel concerto del 3 novembre 2012, alla Salle Pleyel di Parigi, e documenta l’effetto della musica sui musicisti, che sono normalmente impegnati nella ideazione del nuovo piuttosto che occuparsi della musica già conosciuta. Si aprono sorprendenti intuizioni sull’essenza della loro musica, così come la consapevolezza che il vero Spirito Creatore va ben oltre il puro virtuosismo.

Il quartetto di Shorter è, all’ascolto dal vivo, una esperienza forte e unica : brandelli di melodie che riportano a composizioni dei quattro sono solo il pretesto per lunghe esplorazioni dove il confine tra musica scritta e improvvisata è quanto mai labile. Il rapporto tra i quattro è di assoluta parità, non c’è il solista ed il suo gruppo ma quattro individualità che si ascoltano e si confrontano, dilatando la durata dei brani fino alla raggiunta scarnificazione del tema e delle sue possibili variazioni.

La prima volta che li si ascolta in concerto può essere spiazzante, ma una volta calati nella filosofia che permea il gruppo si rimane affascinati e conquistati da questi formidabili musicisti e dal loro leader, un ottantaseienne lucido e ancora pienamente creativo .

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