FANO JAZZ. 3 – SOLITUDINI

Grechi Espinoza, il solista invisibile (foto Mirko Silvestrini)

I concerti in solo nella Pinacoteca S.Domenico, chiesa barocca sconsacrata, sono ormai un classico di questo Festival, che li unisce con il fil rouge di uno spunto di riflessione sul tema delle migrazioni, offerto ai musicisti partecipanti.

L’ambiente sonoro è quanto mai particolare: vasto, assorbente, ricco di echi e riverberi. Come gli appassionati della musica antica ben sanno, dalla controriforma in poi le nostre chiese sono amiche solo dell’organo.

Quindi i musicisti che vi approdano sanno già di raccogliere una sfida, e difficile pure; nessuno spazio per solipsismi e narcisismi che non di rado affliggono questo tipo di performances. Sul proliferare delle quali io ho varie perplessità, come ben sanno i quattro lettori che ci seguono da un po’.


Quest’anno ho seguito due di queste avventure sonore, attirato da due figure di solisti che alla fine hanno dato luogo di fatto ad una sorta di confronto a distanza tra due approcci molti diversi.
Il primo è il sassofonista Dimitri Grechi Espinoza, musicista sulla breccia da molti anni, che ho seguito con molto interesse nelle sue vesti di leader del pregevole ed intrigante Dinamitri Jazz Folklore, ahimè da tempo lontano dalle ribalte.


A Fano la musica di Grechi Espinoza ha avuto consistenza ancor più sottile ed impalpabile di quella di questo trailer….

Grechi Espinoza ha già alle spalle un lungo lavoro in solitudine in ambienti sonori pervasi di spiritualità, compendiato appunto nell’album ‘The Spiritual Way’, registrato a Pisa nel Battistero di S.Giovanni un anno fa. Anche a Fano fascino e mistero non mancano: il concerto si svolge quasi ‘in absentia’, con il musicista praticamente invisibile al pubblico, dietro l’ex altare maggiore ed al centro dell’abside, utilizzato come come conchiglia acustica riflettente. Questa singolare posizione, obbligata dalla volontà di sfruttare attivamente i riverberi della navata, sortisce anche l’effetto collaterale di sterilizzazione di ogni aspetto spettacolare del concerto, che ne guadagna in concentrazione del pubblico sulla sola dimensione sonora.

Infatti anche quest’ultima è caratterizzata da una sorta di tonalità ‘low key’, di basso contrasto, come si dice in fotografia: domina un suono svuotato di corpo, tutto giocato su timbri diafani soggetti a lente e sottili trascolorazioni l’uno nell’altro. Le melodie ampie e dilatate sono appoggiate a risonanti note gravi del sax alto che le punteggiano con una certa regolarità. Ne scaturisce una musica fantasmatica di notevole suggestione , ma Grechi riesce abilmente a dargli punti di appoggio che la sottraggono al rischio di una nebulosa indeterminazione. Con un certo stupore infatti vediamo evocare da incommensurabile distanza frammenti di celebri standards, fra cui spicca uno dei più affascinanti ‘In a sentimental mood’ che io abbia mai ascoltato. Dopo poco più di mezz’ora si chiude un’esperienza di ascolto insolita e concentrata, un’utile esercizio di finezza per il nostro orecchio ormai saturo di suoni eccessivi e glamour, che talvolta mascherano ripetitività e mancanza di idee.


A dissipare il vago sentore di incenso che traspira da queste righe, ecco un fascinoso – ed un tantino malizioso – trailer da cui si nota che Marco Colonna non è nuovo a certe prodezze strumentali ammirate a Fano….

Armato di clarinetto basso e di un ‘clarinetto amputato’ (l’ancia ed il primo segmento del tronco dello strumento), Marco Colonna ha affrontato i grandi spazi di S.Domenico con tutt’altro approccio. La sua è una musica ‘materica’, basata sulla consistenza e corposità del suono, siamo agli antipodi dei veli sonori in cui snoda quella di Grechi. Accantonato il gioco con i riverberi naturali, la posizione di Colonna è molto più tradizionalmente al centro della navata, davanti all’altare ed al pubblico. La sua musica è molto più fondata su netti contrasti di dinamiche ed anche su di un’attenta giustapposizione di timbri che spesso ha anche una valenza quasi strutturale del discorso musicale: non mancano nemmeno momenti in cui entrambe le ance vengono imboccate contemporaneamente (con la benedizione dello spirito di Rashaan Roland Kirk…).

Ma anche Colonna, come Grechi Espinoza, bada a dare struttura ed ancoraggio al suo procedere, solo che qui si ricorre a secche note del registro grave, ‘slaps’ ottenuti con colpi di lingua sull’ancia, una tecnica che rimanda alla rudezza dei lontani anni del jazz classico.

E forse non a caso negli ampi squarci di scorrevole lirismo che vi sono appoggiati balenano anche qui frammenti ed accenti che riportano al mondo del grande song afroamericano degli anni d’oro. Ma dopo la complessa ed elaborata navigazione di Colonna volge la prua verso rive molto più lontane ed inesplorate. Il suo viaggio musicale conosce una grande varietà di paesaggi e climi diversi, fattore a cui si deve il coinvolgimento e la concentrazione di un pubblico in prevalenza non particolarmente smaliziato, ma comunque capace di percepire l’originalità e l’intensità di una proposta decisamente fuori dall’ordinario, al punto da ottenere un elaborato bis. E senz’altro dalla convinta adesione gli stessi spettatori sarebbero passati ad un molto meno composto entusiasmo di fronte al Marco Colonna travolgente ed incantatorio ammirato pochi giorni dopo nelle file dell’Eternal Love di Roberto Ottaviano, ma questa è storia da raccontare a parte….. Milton56

Il musicista al tecnico del suono: “Vai, parti!”
Il tecnico: “Ma sei solo in studio….”
Musicista: “Registra…”
Passano poco più di tre minuti di musica…
Il Tecnico (sbrigativo): “Archivio questa prova….”
Il Musicista: “Non è una prova, è un brano da pubblicare”
Il Tecnico (scettico): “Ah, davvero? E qual è il titolo?”
Il Musicista (impalpabile sorriso): “Picasso”
E’ il 1948, forse ad Hollywood, mi piace pensare che sia iniziata così la storia degli assoli di sax non predeterminati nella struttura. Una follia che allora solo lui poteva permettersi…….

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