CONSIDERAZIONI DI UN IMPOLITICO – SPARTITI E BALERE

Gran bella cosa trovarsi il lavoro già fatto bell’e pronto da qualche altro, soprattutto se a sorpresa si tratta di qualcuno lontano dalle tue sensibilità ed inclinazioni. Poi Il piacere aumenta in maniera esponenziale se il beneficiario delle fatiche altrui è uno in genetica minoranza come l’Impolitico.

Da un’intervista a due voci a Gianni Coscia e Gianluigi Trovesi su ‘La Lettura’ del 18 settembre leggo quanto segue:

Parla Trovesi. Da ragazzo, ovvio, ero affascinato da chi aveva una tecnica strepitosa, ma il mio insegnante mi ripeteva: «Cura il suono, perché il suono è personale, è solo tuo».

Insegnanti d’altri tempi, sarebbe stato bello ricordare chi fosse.

Ecco Coscia. “Sono stato invitato a visitare un Conservatorio. Mi accompagnò la direttrice e alla fine io dissi: «Una scuola perfetta, insegnanti favolosi, tutto bello, i ragazzi escono con preparazione strabiliante». Lei: «Ma grazie». E io: «Tutto bello, ma manca il parrucchiere». (…….) Perché una volta in ogni bottega di parrucchiere c’era una chitarra che, o il barbiere o il cliente in attesa, strimpellava. È quello che manca nelle scuole. Quel modo lì di apprendere.”

…magari qualcuno dopo si è dato al Free….

Ancora Trovesi, che ribatte il chiodo. “In val Seriana, la mia valle, quando ero ragazzo si imparava a suonare nelle sale da ballo. Le hanno chiuse tutte. Dove vai, non dico a suonare, ma a imparare a suonare? Non voglio fare l’anziano, ma quand’ero ragazzo il batterista della sala da ballo come punto di riferimento aveva Benny Goodman… Uno che oggi invece vuole fare musica pop, rock, da ballo, che riferimenti ha? La musica è passata di moda? Forse no, perché trovo musicisti che suonano con tecnica e sanno tutto, ma dove va a finire tutta la loro sapienza?”

Rincara Trovesi. “Mi spaventa oggi che questi ragazzi tutto quello che imparano, lo imparano solo a scuola. Escono dei mostri di tecnica, di incredibile bravura. Ma sono forgiati unicamente dal libro. Per noi l’ascolto del disco era come entrare in una congrega di carbonari. E un disco nuovo lo ascoltavamo fino a quando la puntina non passava dall’altra parte. Non capivamo nulla, non sapevamo nulla, non esisteva un libro, provavamo a capire solo con le nostre orecchie.”

Ritorna Coscia. “Si sta imparando a suonare il jazz come si fa per imparare a suonare Beethoven, ma sono due mondi diversi. Beethoven non hai altro modo di impararlo se non attraverso le sue partiture. Ma il jazz non si imparava così, ci deve essere necessariamente una componente che non nasce dal libro.”

“Mi è capitato di suonare con due pianisti. Erano bravissimi con lo spartito davanti ma, se glielo toglievi, erano persi. Dalle scuole escono mostri di bravura e tecnica, ma non ti commuovono. Il jazz invece è una musica romantica, che tocca il sentimento, non può essere una musica di virtuosismo costruita a tavolino. Bisogna suonare con le orecchie, non con gli occhi attaccati alla partitura.” (sul ‘romanticismo’ del jazz si potrebbe discutere a lungo… N.d.R.)

La palla torna a Trovesi, per il decisivo tiro in porta. “Ribadisco che ai giovani mancano le occasioni per imparare a suonare sul campo. Qualsiasi artista andava a bottega. Giotto per diventare bravo è andato a bottega da Cimabue. Bottega voleva dire non solo studiare, ma applicare le conoscenze all’esterno.”

Tralasciamo altri giudizi (alcuni opinabili), si rinvia all’intervista per eventuali approfondimenti.

A questo cahier de doleances io aggiungerei un’accorata considerazione che espresse tempo fa Tino Tracanna. Il sassofonista, che da anni è profondamente impegnato nel campo della didattica, osservava sconsolato che la maggior parte dei suoi allievi erano profondamente concentrati su questioni di tecnica strumentale, ma se interrogati sui più grandi esponenti del loro stesso strumento facevano scena muta con espressioni attonite: i sassofonisti non conoscevano Lester Young o Joe Henderson, i vibrafonisti Milt Jackson o Bobby Hutcherson, i chitarristi Charlie Christian o Wes Montgomery.  E qui si ritorna alle questioni di cui sopra, il jazz visto come qualcosa suscettibile di esser ‘eseguito’, od al più ‘interpretato’, anziché creato ed elaborato. E siccome si tratta di musica derivativa e stratificata, è impossibile ignorarne lo sviluppo storico perchè è solo seguendo uno dei rami della sua intricata foresta che si troverà la propria voce originale.

A questo punto si rischia un fraintendimento: quello di metter sul banco degli imputati gli studenti per lo schematismo ed astrazione della formazione che viene loro offerta (tra l’altro pure oggetto di deliberato e sordo ostruzionismo a livello ministeriale). Come bene hanno osservato Trovesi & Coscia, loro sono le vittime di una situazione che non gli consente di ‘andare a bottega’ e di formarsi sul campo come professionisti ed artigiani della musica. E purtroppo i risultati si sentono quasi sempre sul piano creativo, non a caso fanno eccezione quelli che fanno le valigie e ‘vanno a bottega’ in altri paesi meno avari di occasioni del nostro.  

Mettiamo per un momento tra parentesi la querelle sul monopolio dei palchi da parte dei ‘soliti noti’ (anche se la questione pesa eccome…). Cerchiamo di vedere anche le pagliuzze nel nostro occhio, quello di noi pubblico. La scomparsa delle ‘balere’, dei piccoli locali dove si fa musica dal vivo (nonostante SIAE, regolamenti bizantini, condomini e vicinato…) non ha forse a che vedere con il nostro ritiro nella sfera domestica, con le nostre pigrizie? La musica, ed il jazz più che mai, non si recapita a domicilio via Glovo o Deliveroo…  Ovviamente non sto parlando del concerto con il solito Grande Nome, l’occasione mondana una tantum, ma della musica quotidiana che si fa (o si tenta di fare) sottocasa: ricordiamoci che anche i Grandi Nomi hanno cominciato da piccoli, con la fortuna di farlo in tempi ben più favorevoli degli attuali.

Ornette Coleman e John Coltrane hanno macinato serate su serate di rhythm’n blues, Lester Bowie di soul, e questi non sono stati né incidenti di percorso, né parentesi irrilevanti nella loro formazione.

Un grande club newyorkese, lo Small’s….. di nome e di fatto..

Quella che esce dalle cuffiette o dallo streaming è l’evocazione, la memoria del jazz, che mai potrà sostituire del tutto un’ora di onesta musica sincera che ti arriva sulla pelle: perché soprattutto il jazz è anche un’esperienza fisica, non può esistere senza un gruppo di persone, anche un pugno di loro, che ascoltano insieme, tutt’altra cosa che farlo da soli e chiusi in una stanza. Anche perché questo ascolto collettivo entra nella musica. “Sentiamo voi che ci ascoltate, e suonate bene…”, “Il vostro ascolto entra nella mia musica”: non sono piacionerie da showmen, le ho sentite dire proprio in queste settimane da due dei jazzisti più rigorosi ed intellettuali della scena attuale…

In questi giorni di parole a vanvera, irresponsabili e spesso ansiogene, la musica, e massime il jazz, non sono generi voluttuari, ma una risorsa, uno spazio per emozioni altrove negate. Modalità filippica off, ma riflettiamoci sopra. Milton56

Come si diventava jazzisti negli anni ’70: Maurizio Giammarco nel mitico Music Inn di Roma. ‘Beati quelli delle Cantine, perchè loro sarà il Regno dei Palchi…..’ :-). “Ogni riferimento a cose già dette/scritte è puramente casuale”. En passant, giurerei che il commento sia di Franco Fayenz….

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