Cronache Marziane (Sant’Anna Aresi, la Leningrado non russa)

Quest’anno, profittando delle generose prebende contributive statali a fondo più o meno perduto mi sono potuto togliere alcuni sfizi, dopo aver cambiato l’A4 Savant di rappresentanza -ah, il fascino silente del nuovo motore con quei 347 cavalli pronti a scattare!-, prenotato il Natale a Saint Moritz (per un pelo, l’ultimo chalet rimasto!) e rinnovata la tessera del Golf Club, dopo il duro lockdown ha finalmente riaperto il mio 18 buche sul Garda, ecco che mi sono ordunque abbonato al Manifesto versione on-line, agognato dai tempi in cui ero solo un operaio e guardavo con salivazione crescente un amico della Brescia bene che lo esibiva spesso a bordo della sua piscina, mentre io, quelle volte che m’invitava, al massimo sacramentavo con la Gazzetta Sportiva, Martyn Mystère e altre pubblicazioni di genere (Lanciostory, Lando ecc.). Ebbene, il più cool tra i quotidiani in edicola non mi delude nemmeno oggi in versione digitale, del resto si sa: l’Avanguardia indica la via, le masse seguiranno (con calma, of course, c’è più tempo che vita). Ebbene, anche quest’anno una delle mete vacanziere tipiche del lettore del Manifesto (amante del free jazz) (a volte addirittura ascoltatore del medesimo) era l’amena località di Sant’Anna Aresi che ha da anni una programmazione con buone punte di radicalità, e che un Omero dell’arte afroamericana del Quotidiano Comunista narra da lustri. Certo, parliamo di una zona del Sulcis, zona di  “lotta operaia underground Sardegna, si parla di viaggiare nella provincia più povera d’Europa“, insomma una specie di calata agli inferi che costringe, elmetto in testa da embedded, alcuni coraggiosi cronisti a calarsi -in agosto – tra le calle di questo estremo eremo proletario per portare in quei luoghi stretti dalla morsa della fame, insidie d’ogni genere, la cronaca del Jazz Festival locale che tanto radicalismo addusse agli achèi e che dista una decina di minuti da spiagge desolate che stringono il cuore. (tardano a spegnersi i fuochi del cartellone dell’anno scorso in cui trovò posto il ritrovato compagno Giovanni Allevi con un recital pare improntato su partiture giovanili di Cecil Taylor).

Potremmo cogliere fior da fiore, per esempio la notevole apertura di un pezzo dell’anno scorso (l’abbonamento online mi consente voraci incursioni nell’Archivio) da apprezzare con una fresca bottiglia di Vermentino cantine Siddùra : “Se i soviet fossero stati così la rivoluzione d’ottobre non sarebbe finita com’è finita. Così come? Come Burnt Sugar the Arkestra Chamber. Che non è un soviet di operai contadini e soldati ma un soviet di musicisti (ecc.)” Questo soviet non prende il palazzo d’inverno, è qui a Sant’Anna Arresi, nel Sulcis, Sardegna profonda, a prendersi la vita.” Beh, non vengono i brividi anche a voi? Ma rabbocchiamo i calici, tovarishes, e puntiamo i nostri spot madidi di materialismo dialettico sull’oggi.

Quest’anno le cose a San’Anna Aresi, a quanto pare, sono andate bene ma non benissimo. Era già pronta la celebrazione di un compagno gigante del nord europa, tale Mats Gustafson (non cercatelo nella classifica ATP dei sassofonisti) che però ha dato buca, “per paura del Covid 19. Il terrorismo mediatico sul tema del virus ha ottenuto lo scopo della rinuncia di Mats Gustafsson e di tutti i suoi compagni scandinavi.” Dannato Terrorismo Mediatico! Briatore a pochi chilometri poteva agitare i suoi flaccidi glutei e noi invece nisba, le pive scandinave sono rimaste in quelle lande desolate, la narrazione del Covid ha vinto anche stavolta (“Coviddi? non ci sta coviddi!”). Non è bastato agli organizzatori correre ai ripari con un pianista ritenuto radicale come Alexander Hawkins, che pare avere virato su derive mensceviche. “Il pianista Alexander Hawkins prende il posto di Gustafsson almeno per numero di performance. Un «tappabuchi» di lusso. Il suo solo convince anche se qualcuno fa notare che potrebbe essere meno «piacione». Ma è un modo per dire che si svolge all’insegna di un delizioso, coltissimo decorativismo.” Infatti nel successivo concerto i progetti controrivoluzionari dell’inglese diventano realtà : “In duo con Jason Yarde non va proprio bene. Insiste col decorativismo e col «tutto pieno», mai una pausa un suono isolato un silenzio, e così non troviamo più il periodare per lame affilate e tagli crudeli di Yarde, che con Joseph agiva con pochi suoni e diceva molto (di radicale, di rivoltoso) e qui si mette a tematizzare e a riempire lo spazio di cliché free faticosi.” Ah, quel dommage!, pure i clichè free faticosi! Con espressione basita rabbocchiamo i calici e procediamo impavidi nella lettura.

Ovviamente appariva insultante nel cartellone la sola presenza di un pianista portavoce di valori borghesi come Jacky Terrasson, impunemente targato Blue Note, avvistato in varie alcove capitaliste. “Con Jacky Terrason arriva il mainstream jazzistico. (oh, no, orrore!Nda) Molto sentimentale. In trio e in solo il pianista francese punta sulla estenuazione del «rubato» alle prese con le canzoni più famose (Lover man, Caravan, Over the Rainbow) e fa un piano-bar di alto livello.” Stop. Inutile spendere altro inchiostro su costui. Ci penseranno poi i compagni/amici/vicini d’ombrellone dell’autoproclamatosi “Giornale Della Musica” a infierire sul malcapitato Jacky: “..Per il trio di Jacky Terrasson vale solo la pena di dire che questo tipo di jazz da crociera è inutile più che innocuo.”  “Il pianista francese è senz’altro un ottimo musicista (bontà sua, NdA) , ma dell’ennesimo live di intrattenimento di gran classe con versioni in bella grafia di “Over the Rainbow”, “Smile” e “Caravan” io non so che dire di buono, francamente. Una parte del pubblico apprezza, la critica in generale mugugna.” Speriamo che si siano prese le generalità di quella parte del pubblico che ha addirittura apprezzato tale scempio controrivoluzionario nonostante i cenni di diniego con la testa, gli occhi al cielo e i colpi di tosse nervosa della Critica.

Inutile davvero soffermarsi oltre su un nemico del popolo come Terrasson (e se fosse una spia del Mossad?) se se ci sono da narrare le gesta di un artista italico già in sede di presentazione definito dal Manifesto in termini molto umili. “Giancarlo Schiaffini, uno dei massimi protagonisti della storia della musica contemporanea.” “Si parla di uno dei massimi musicisti viventi. Come improvvisatore al trombone e alla tuba, come interprete di partiture sue, di Cage, di Nono.”

Ma del Pinocchio di Schiaffini, di d’Andrea, di Shabaka ed altri si narra nel resto dei pezzi che affluiscono sulla rete, non voglio certo togliere il piacere della lettura a nessuno spoilerando oltre, ed a bottiglia finita, peraltro. Hasta siempre compañeros!

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